CRISTINA SCOCCHIA: ” RAGAZZI, AVETE UN SOGNO? PROVATECI”

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Se è vero il detto «quando entri nella vita di una persona lo devi fare in punta di piedi», Cristina Scocchia è riuscita a fare il suo ingresso tra i B.livers in punta di un vertiginoso tacco 12. Quarantadue anni, sensibile e determinata, l’Amministratore Delegato di L’Oréal Italia ha trasformato l’incontro con i giovani della fondazione, in una piccola lezione di vita. La sede di via Primaticcio 155 si è velocemente riempita di copie del Bullone, sorrisi timidi e vivace curiosità.

Che cos’è L’Oréal? E chi ne è l’amministratore delegato?

«L’Oréal è una multinazionale di cosmetica, leader nel settore: 25 miliardi di fatturato annuo, distribuzione in 130 paesi, circa 76.000 collaboratori. Presente in Italia da ormai un secolo, in questo Paese raggiunge il miliardo di fatturato, 2.000 colleghi e la distribuzione di tutti i ventotto brand aziendali, da Garnier a Lancôme, da Maybelline a Giorgio Armani. Chi sono io? Sono nata a Sanremo, ho un figlio di sette anni, Riccardo, mio marito è cardiochirurgo a Lugano e sono orgogliosa di essere l’Amministratore Delegato di L’Oréal, anche se solo dal gennaio 2014».

Come concilia i ruoli di CEO, mamma e moglie?

«Con gli anni mi sono convinta di una cosa: nella vita non possiamo fare tutto come vorremmo. Dite addio ai sensi di colpa e siate chiari con voi stessi. Le due ricette chiave per me sono state di non chiedere a me stessa di essere perfetta sempre, in ogni ruolo, e di imparare che cos’è importante e che cosa è delegabile. Così nei momenti che ritengo imperdibili, sia sul lavoro sia a casa, posso dare il meglio di me».

Leader si nasce o si diventa?

«Nella determinazione e nel coraggio c’è qualcosa di innato, così come nel desiderio profondo di realizzare le proprie potenzialità. Ma tanta esperienza e tante sconfitte sono utili a coltivare e sviluppare i molteplici aspetti di una leadership. Io non ho mai avuto un modello da cui prendere spunto, ma nei momenti difficili seguo il consiglio di mia nonna, che era una donna saggia: “In salita si accelera”».

Essere donna ha mai reso più difficile il suo percorso lavorativo?

«Nel mio caso no, sono stata fortunata. Prima di arrivare a L’Oréal ho lavorato per sedici anni per Procter&Gamble, una multinazionale dove il merito conta di più rispetto a carta d’identità, ideale politico e credo religioso. Mi rattrista dirlo, ma non sarei diventata amministratore delegato a trentanove anni se fossi rimasta in Italia a lavorare in aziende nazionali. Purtroppo il nostro Paese non sembra ancora pronto a vedere donne al vertice».

Che consigli si possono dare a chi sogna di raggiungere una posizione simile alla sua?

«Di provarci. Quando sono entrata in P&G lavoravo per quasi dodici ore al giorno, tornavo a casa e studiavo fino alle tre del mattino. Resilienza, tenacia e passione sono la chiave. Non importa quanto sia grande il vostro sogno, né quanto vi sembri distante. Vale la pena provarci».

Quanto conta avere un buon team, all’interno di una multinazionale?

«Tantissimo. Il modello di leadership gerarchico e autoritario è da considerarsi ormai obsoleto. Io credo in una realtà lavorativa fondata su collaborazione e complicità tra colleghi. Negli ultimi anni, qui in L’Oréal, siamo passati da una cultura basta sul controllo a una politica di fiducia. E questo ha fatto la differenza, anche nel fatturato».

Lei dice di cercare, nei nuovi assunti, qualità come la generosità, la trasparenza e l’onestà. Come le riconosce in un curriculum?

«Ricevo tutti i curricula dai miei collaboratori, ma non mi piace leggerli, preferisco farmeli raccontare da chi li ha davvero vissuti. Non mi interessa il pregresso, ma il potenziale dei candidati, il loro valore e la loro fermezza. Più di un valido percorso accademico, a mio parere, contano l’attitudine e la determinazione nell’affrontare la vita. E quello, lo si legge in uno sguardo».

Che cos’è la bellezza per l’amministratore delegato di L’Oréal?

«È l’espressione del proprio stile, della propria personalità. Non è l’adesione a modelli lontani e stereotipati, ma la valorizzazione del proprio aspetto e carattere. Nella bellezza mi piace vedere tanta cultura e tanta società, non la considero un aspetto accessorio. Volersi bene passa anche dal prendersi cura di se stessi. Per me la bellezza è questo».

 

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