CONVERSAZIONI – A 17 anni sceglie di morire. Genitori e medici, dov’erano?

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Confronto tra i B.Livers Alessandro Mangogna, Giada De Marchi, Francesca Bazzoni, Sofia Segre Reinach e Giancarlo Perego sui casi della diciasettenne che ha scelto di morire e della condanna ai due genitori che hanno detto no alla chemioterapia per la figlia malata di leucemia e poi morta.

Di Alessandro Mangogna, Giada De Marchi, Francesca Bazzoni, Sofia Segre Reinach e Giancarlo Perego

Giancarlo

Riprendiamo i due temi dell’ultima riunione di redazione, quello di Noa Pothoven, la ragazza olandese di 17 anni che si è lasciata morire in casa, dopo aver chiesto l’eutanasia ed essere stata «rinviata» per giovane età, ad un’altra valutazione al compimento dei 21anni; e quello dei genitori con una figlia malata di leucemia che non hanno permesso la chemioterapia e che sono stati condannati per la sua morte.

Per il primo tema, il fatto che la ragazza abbia scelto comunque di non vivere più è il nostro punto di partenza. Che senso ha rinunciare a vivere? È giusto lasciarsi andare perché non vedi più la luce in fondo al tunnel, riprendendo la metafora che usava Giada?

 Francesca

A me di questa storia sconvolge molto l’età, una ragazza di diciassette anni deve ancora vivere tutto. Però io concordo in pieno con l’eutanasia, quando una persona soffre talmente tanto fisicamente, non ha più senso vivere. Tante persone arrivano a un punto in cui non ha senso vivere così, non riesci a vivere se hai troppo male nella tua quotidianità.

Giancarlo

Anche se sei cosciente?

Francesca

È peggio essere coscienti. Se il tuo cervello sta bene ma il tuo corpo no, è come essere intrappolato in un corpo che ti dà solo dolore. Per esempio, mio papà è morto un anno fa e aveva un tumore molto brutto, in faccia. È sempre stato un uomo di 180 kg, bello, pacioccone, felice. Amava mangiare, bere, fare la bella vita. L’ho visto arrivare ad essere un mucchio d’ossa. Stava troppo male, non viveva più. Gli ultimi mesi li passava a letto, non riusciva a mangiare, a parlare con noi, a fare niente. 

Fortunatamente se ne è andato per un attacco di cuore, nella notte. È finita così la sua sofferenza. Quindi io, con un’esperienza del genere, vedendo lui come è cambiato… non era più lui, non era più il mio papà. Io mio papà l’ho perso due anni prima che lui morisse. Quindi, secondo me, ci sono dei casi estremi in cui una persona ha il diritto di scegliere, no? È una cosa molto delicata, però se una persona non ce la fa più perché soffre troppo, non ha senso vivere. Può decidere, è corretto.

Alessandro

Per te questa cosa dei dolori fisici vale anche a 17 anni? Secondo me dipende molto anche dall’età.

Francesca

Questo è vero, però se una persona non riesce veramente a tornare a stare bene, sono casi estremi. Mio papà era uno psichiatra, conosco le malattie psicologiche e quanto possono essere forti e destabilizzanti. Ci credo in queste malattie, sono le cose forse più tremende, sono cose interne. Tu magari stai bene fisicamente, ma è una cosa nella tua testa. Io però credo anche molto nelle terapie psichiatriche. Una ragazza di 17 anni, che ha tutta la vita davanti (anche se ha subito degli abusi, ha problemi alimentari, era depressa…) deve avere attorno a sé persone di sostegno. Cure e amore. E ovviamente per una cosa del genere, non guarisci in un mese o in un anno. Sono percorsi lunghissimi. 

Se io fossi stata nei suoi genitori, non avrei mai permesso a mia figlia di 17 anni che aveva ancora tutta la vita davanti e comunque fisicamente poteva stare bene, di privarsi della sua vita. Io sono d’accordo sul fatto che non le abbiano permesso l’eutanasia.

 Alessandro

Sì, anche il ruolo dei suoi genitori è strano. Facendo il paragone con la mia esperienza, è l’opposto. I miei genitori farebbero di tutto…

Francesca

Se uno inizia a mollare, la prima cosa è cercare di starti vicino e non farti mollare fino all’ultimo. Si può guarire dalle malattie psicologiche, si può guarire. 

Io l’ho visto, l’ho sentito raccontare mille volte da mio papà. Succedono dei «miracoli». Quindi, quando c’è un male che è più grande di te, che non puoi combattere, un male fisico, e arrivi al limite e capisci che non ti puoi curare, ci sta che a un certo punto non ce la fai più, perché uno deve vivere per soffrire?

 Alessandro

Quel male che non riesci proprio più a vivere, che stai soffrendo troppo, non ha età. 

Francesca

Sono d’accordo.

Giada

Io da persona che c’è passata in mezzo, posso dire che adesso sono qui grazie alle cure che sto facendo da un anno. Mi stanno aiutando.

Franci, tu dici che lei aveva tutta la vita davanti, ma che senso ha avere una vita davanti quando quella che hai già avuto è stata soltanto un continuo dolore, dolore, dolore?

È questo il fatto che mi ha colpito di più di questa ragazza, perché lei continuava a subire, subire, subire e alla fine ha detto «Basta. Basta dolore». Arrivi a un certo punto in cui tu non sei più nel tuo corpo. È un paragone molto azzardato, ma lei era intrappolata come potrebbe essere una persona che è paralizzata.

Alessandro

Mi sono chiesto se fossero paragonabili le cose. Io ne ho vissuta una, ma l’altra no, non so veramente. Se è terribile come sono terribili i miei dolori… e sono costanti, io almeno ho le medicine. 

A volte arrivo al pelo, al momento in cui devo prendere i farmaci più tosti, ogni 12 ore. Ci arrivo che sto malissimo. Non so come stare, seduto, sdraiato, è terribile. 

Francesca

Eh, magari in quei momenti ci pensi e dici: «Se devo stare così sempre, non ha senso». Ci sono, poi, i momenti in cui stai meglio e dici «Cazzo no, però io non voglio rinunciare a quel momento in cui sto meglio e posso comunque fare le mie cose, no?».

Alessandro

No, no, no, infatti…

Giada

Ma lei non li aveva quei momenti.

Francesca

Giada tu dici «Ti senti come se fossi intrappolato nel tuo corpo». 

Giada

Più nella tua testa.

Francesca

Quindi dici, mi astraggo dal mio corpo, è un dolore «mentale», non riesci ad uscirne, a scapparne.

Giada

Beh, lei soffriva di anoressia, io soffro di bulimia e obesità; comunque anche questo va ad incidere moltissimo, perché io ad esempio, vivo in un corpo che non sento mio. Lei viveva in un corpo che non sentiva suo. Io vivo in una mente che non sento mia e lei lo stesso. 

Io sono continuamente vittima delle emozioni, vittima dei sentimenti, perché essendo borderline, sono su un filo che ho sempre paura che si spezzi. 

Un giorno questo filo si è spezzato, però io sono riuscita ad aggrapparmi. 

Francesca

Sei riuscita a farlo da sola? 

Giada

No. 

Francesca

Se tu non avessi avuto l’aiuto delle persone che hai avuto, pensi che saresti potuta arrivare ad un punto del genere?

Giada

Io ci sono già arrivata ad un punto del genere. Mi hanno salvato i medici, però se fossi arrivata 5 minuti dopo, forse non sarei qui a parlarne. Grazie all’aiuto dei miei, dei dottori, degli amici, ce l’ho fatta. 

Ma io sono io. Lei, credo abbia fatto di tutto e di più. 

Francesca

Non pensi che anche lei avrebbe potuto farcela? Magari non adesso, ma più avanti? 

Giada

Io penso di no. Quando hai sulle spalle un carico come quello, fatto di tanti abusi, è come se tu avessi la gravità a mille addosso. Hai perennemente paura di uscire di casa, del contatto visivo con chiunque. Senti un rumore e pensi subito che sarà un’altra volta. Vivi costantemente con la paura, con l’ansia. L’ansia è una delle cose peggiori, perché l’ansia è una coperta di emozioni, dentro l’ansia c’è tristezza, paura, angoscia, rabbia. Ci sono mille cose dentro e quando vivi con l’ansia perennemente, non riesci a vedere una via d’uscita.

 Giancarlo

Giada, Alessandro diceva una cosa che mi ha colpito: «È la somma delle cose che diventa un grande problema», o no?

Giada

Sì.

Giancarlo

Quella ragazza aveva tutto quello che stai raccontando tu… si sommano le cose come se non ci fosse un limite in questo. Ma c’è un limite? C’è un limite al dolore che possiamo sopportare? Ne vale la pena sempre, comunque? O la somma delle cose ti porta su una strada diversa? Ale che dici? 

Alessandro

Anch’io sono d’accordo con l’eutanasia, anche senza età. 

Però bisogna capire bene se si è al limite del dolore ed è una cosa difficilissima. Io per esempio, in questi mesi ho anche pensato tanto all’eutanasia, ma credo che non riuscirei mai a farlo. Con i farmaci riesco ancora ad avere momenti buoni, e questi non li scambierei con nient’altro al mondo. E poi, vabbè, in realtà dovrei ancora aspettare i benefici della radioterapia, che dovrebbero arrivare, cazzo… arriveranno, sì, arriveranno…

Giada

I momenti belli ci sono per tutti quanti. Io ne ho avuto tanti, nonostante la mia vita sia una valanga continua su di me. Ci sono dei momenti in cui riesco ad uscire e a dire: «Ehi, ci sono anch’io». A questi mi aggrappo per andare avanti.

Francesca

È cosi che deve essere.

 Alessandro

Credo che sia per tutti così, anche per chi sta bene. Solo che chi ha dei problemi grossi come noi, lo sente di più. Forse perché gli alti sono veramente alti e i bassi sono veramente bassi. Non solo chi ha un tumore o una malattia psicologica ha il diritto di soffrire.

Giada

Certo.

Francesca

Non c’è un limite al dolore, nel senso che magari tu pensi di essere arrivato al limite, invece può andare sempre peggio. Esiste un limite nella tua non capacità, volontà di sopportazione. 

Per me questa ragazza l’ha fatto anche per dire: «Sono io la padrona di me stessa. Nessuno può dirmi cosa devo fare». Per auto-affermarsi, per dire «Voi non capite niente, nessuno può capire cosa sto provando, io decido della mia vita, e decido di interromperla», quasi una dimostrazione verso gli altri. 

Giancarlo 

Giada dice che poteva anche non essere qui. Oggi è innamorata, triste, gioiosa, stasera vede gli amici…

In riunione diceva che quando stai male, non vedi la luce dal tunnel. 

C’è qualcuno che deve farla vedere la luce, se nessuno te la fa vedere? 

Ieri sera qui da Ale c’erano i suoi amici. Loro ti fanno vedere la luce, ma se sei da solo?

Alessandro

Sì, ieri sera avevo i dolori, ma sono rimasto comunque fino alle due!

Giancarlo

Questa è la vita… Giada quello che cerco di dire è che siamo qui. Poco fa abbiamo mangiato un buon hamburger, abbiamo riso e quella cameriera che non ci ha neanche guardato in faccia… Momenti di vita.

Alessandro

Volevo collegarmi a quello che diceva Franci, sul fatto che è stato un modo per gridare agli altri che nessuno sapeva come poteva sentirsi, e anche magari un modo per dire: «Avete sbagliato a rifiutarmi perché io ne avevo veramente bisogno». Forse questo è dovuto anche all’età. Ho conosciuto tanti ragazzi in ospedale, diverse età. Più sei grande più ti accorgi che in realtà non è colpa degli altri se sei stato sfigato. Lei probabilmente, le ha provate tutte, però non c’erano un’Arianna, una Simona per lei.

Giancarlo

Esatto. 

Giada

Sì, però ci sono delle volte in cui puoi essere circondato da persone che ti amano e sentirti comunque solo. Sentirti, non essere. Il mio esempio del tunnel, è effettivamente quello che provo. Come se fossi rinchiusa in un tunnel che non finisce più. Di cui magari delle volte vedo quasi la fine, però intanto io devo addobbarlo questo tunnel, perché sennò io vivo in un buio perenne. Io ho paura, paura di non saper dove andare. Torni indietro, di colpo si spengono tutte le piccole lucine che ho acceso nel tempo. Io lo addobbo con i ricordi, con ogni abbraccio che ricevo… però tante volte quando il dolore ti sorprende da dietro, è capace di buttare giù tutto. E tu sei lì che guardi, ti metti di impegno e risistemi tutto. La vita è un puzzle, è come se dovessi mettere a posto dei pezzi. Ogni tanto te li leva, ogni tanto te ne dà due. Però alla fine secondo me, lo completi quando vuoi tu, quando decidi tu di completarlo. E questa ragazza, a quanto pare, lo aveva già completato. La sua visione evidentemente era quella di doversene andare. 

Alessandro

Però Giada se posso azzardare, vedo la tua situazione un po’diversa dalla sua.

Lei aveva una pagina Instagram dove si raccontava. È stata un po’ una spettacolarizzazione, è come se avesse voluto dimostrare al mondo qualche cosa, ma cosa?

Al mondo secondo me bisogna raccontare che se non vedi la luce del tunnel allora lo devi addobbare, ma non che: «Mi hanno rifiutato, allora io mi faccio morire lo stesso, perché il mio dolore è troppo forte e nessuno mi capirà mai».

Giada

È stato un grido d’aiuto.

Francesca

E non è stato ascoltato nel modo giusto.

Io sono d’accordo, anche sul fatto che magari non c’erano le persone giuste vicino. Però ti capisco Giada, quando dici che a volte anche se sei con gli altri ti senti sola, che nessuno può capire.

Giancarlo

Questo vale per tutti.

Francesca

Sì. Però quando sei malato, ti scazza quando le persone che stanno bene pensano di sapere cosa provi. Come io non posso sapere Giada cosa prova, non posso sapere Ale cosa prova, perché abbiamo delle storie talmente diverse… Non c’è bisogno che provi ad entrare nella mia testa. Tu dammi supporto, però non pretendere di cercare di essere al mio posto, perché non ci riuscirai mai, no? È vero che tanti momenti comunque ti senti solo. Poi magari riesci a vivere con i barlumi delle piccole cose belle e magari riesci ad aggrapparti a quelle e a condividerle con gli altri, ad aprirti. 

Questa ragazza si sentiva sola, isolata, non capita.

E forse in questo modo cercava di farsi aiutare. Aveva 17 anni.

Ma i genitori? Nonostante stesse male, ha vissuto troppo poco, ci sono troppe cose che non sa e che non ha visto per potersi permettere di rinunciare alla vita. Perché la speranza c’è sempre. Secondo me, questa ragazza olandese doveva essere aiutata in una maniera diversa, come ad esempio sono riusciti ad aiutare te Giada, i tuoi genitori, i tuoi medici, no? Sicuramente tu hai avuto dei momenti identici, però qualcuno è riuscito a prenderti la mano e magari solo a darti dieci minuti di gioia, magari per una cavolata, però tu a quei dieci minuti riesci ad aggrapparti e a dire: «Però, la vita è anche questa».

Giancarlo

Giada, stare a Villa Turro ti ha aiutata?

Giada

Sicuramente. Noi siamo in gruppo, e ognuno di noi condivide una parte di sé ed è sempre spiazzante quanto simili siamo noi ragazzi border. Mi fa pensare a quanto abbiamo in comune e quanto giornalmente ogni persona soffre. Questo si dà un po’ per scontato. Io in metro guardo i volti delle persone. Chi ha il volto stanco, chi sorridente. Ci sono le coppiette, ci sono persone come me, tipo ieri, che ho fatto tutto il viaggio piangendo. 

Ognuno ha il proprio bagaglio di dolore, però quando questo ti cade addosso e ti schiaccia, soprattutto a 17 anni… è proprio perché aveva 17 anni che nonostante i tentativi, nonostante le mani tese verso di lei, non sarebbe riuscita a rialzarsi.

Giancarlo

Ale, attraverso Facebook ho visto gli ultimi giorni di Andrea, questo ragazzo che non c’è più…

Alessandro

Io in quei giorni facevo radioterapia e quando finivo andavo sempre a trovarlo.

Giancarlo

Scriveva delle cose così forti. Aveva dentro una voglia di vivere… Quando ha scritto la sua storia per Il Bullonediceva «che la vita sia fuoco e fiamme». Quella voglia matta di vivere… 

Alessandro

I giorni prima che morisse era incazzato nero, diceva: «Io non voglio essere quello che viene aiutato, io voglio essere quello che aiuta».

Giancarlo

Ognuno deve creare un modo per amare, per essere amato. È questo lo spazio dove bisogna lavorare. Per non arrivare alla solitudine, della solitudine, della solitudine di quella ragazza olandese…

Giada

Io ho conosciuto anche ragazzi del gruppo che non ce l’hanno fatta. 

Nonostante il gruppo abbia cercato di aiutarli in qualsiasi modo, nonostante le terapie.

C’è anche da dire che la terapie farmacologiche sono una bestia. In qualche modo ti aiutano, ma ti uccidono allo stesso tempo. Spesso le persone mi dicono: «Oh, ma sei fatta, cos’hai fumato?», perché ho sempre gli occhi persi nel vuoto. In realtà cerco solo di combattere contro me stessa e quando combatti contro te stessa, a un certo punto, prima o poi, qualcuno vince. E in questo caso ha vinto purtroppo sempre lei, però in un modo negativo. È una storia molto lunga, per me. Però voglio affrontarla.

 Giancarlo

Franci, tuo padre cosa direbbe?

 Francesca

Mio padre probabilmente direbbe che è un mondo di squali e devi saper mordere. Non per attaccare, ma per difenderti. 

La strada è infinita. Secondo me, finché non muori, la battaglia non è finita. Per questo secondo me a 17 anni non puoi arrenderti. La battaglia è dura, certi giorni perdi tu, certi giorni vinci tu. È una battaglia che durerà sempre. Però magari riuscirai ad avere sempre più il controllo e i tuoi nemici saranno più deboli. Io ci credo tantissimo in queste terapie, hanno salvato tantissime vite. 

Secondo me c’è tanto di volontà. La forza ce l’abbiamo. 

La mia storia non c’entra niente con la tua Giada, però quando mi danno delle cattive notizie, io mi incazzo. Di reazione faccio delle cose per dimostrare che io sono più viva che mai e voglio essere più viva che mai. 

Come ieri, per esempio. Io dovrò fare la chemio tra qualche mese e i miei dottori non mi hanno parlato della possibilità che io rimanga sterile. Ero talmente incazzata che appena sono tornata a casa, ho prenotato tutti i voli per quest’estate. 

Tu mi dici che probabilmente rimango sterile e perdo i capelli, è così? E io vado a fare un viaggio, in risposta!

La mia voglia di vivere e di fare a me viene fuori così. 

Mi viene l’incazzatura e cerco di fare delle cose che mi fanno stare meglio.

Alessandro

Io l’ho fatto una volta sola, quando mi sono fatto biondo. Anzi, Giada, mi ha fatto biondo.

Mi hanno invitato alla Vita in Direttae sono finito pure sul Corriere!

È molto soggettivo, io reagisco in modo in molto diverso.

Francesca

Poi ci sono le volte che mi metto a letto e piango…

Alessandro

Io chiamo Ari, la mia ragazza.

Francesca

È molto soggettivo, però io non credo che non c’è quel micro momento che ti dà la speranza di fare qualche cosa. 

Sofia

Per chiudere questo tema, volevo portare un messaggio.

Abbiamo un giornale e un ruolo. Portiamo un riconoscimento della malattia psichiatrica e della malattia visibile, fisica. Purtroppo le malattie invisibili sono molto difficili da portare fuori, riconoscere, accettare.

Il direttore del Bullone Giancarlo Perego con i B.Livers Francesca Bazzoni, Alessandro Mangogna, Giada De Marchi a casa di Alessandro durante il confronto.

Francesca

Non ci sono neanche parametri di valutazione.

Sofia

Certo, la malattia fisica ha anche strumenti oggettivi, la malattia psichiatrica è molto difficile, anche perché è una lotta dentro la persona. E tanto più è difficile anche dall’esterno individuarla e accettarla.

Francesca

C’è anche molta ignoranza. Mancano gli strumenti.  Spesso le persone non riescono a capirti e tu ti senti ancora più solo, perché dall’esterno non viene data importanza o presa con la giusta serietà.

Giada

Io vorrei dire a tutti coloro che leggeranno questo pezzo, che la vita è fatta anche dal dolore. E il dolore va vissuto appieno. Chi evita il dolore è ancora più debole di chi non lo sopporta. Quindi, vivete il dolore e cercate in tutti i modi di scavare il fondo, per poi prendere la spinta per rialzarsi e tornare su.

Alessandro

Mi viene da dire una cosa banale: c’è sempre una speranza. In verità, non è proprio così. Non è che c’è sempre una speranza, ma c’è sempre un buon motivo per stare un pochino di più qui. A volte è difficile trovarlo, però bisogna cercare.

Francesca

La felicità non esiste. Esistono piccoli momenti di felicità e tutti possiamo averne.

Come tutti hanno il diritto di soffrire e di essere tristi, indipendentemente da quello che si ha, allo stesso modo tutti hanno diritto di avere questi piccoli attimi di felicità. Ed è a quelli che ti devi aggrappare. Perché la felicità come concetto assoluto non esiste, come non esiste il buio totale.

Alessandro 

Io più che sugli attimi, punterei sulle relazioni.

Di solito è questo che mi fa andare avanti. Non tanto il sapere che magari miglioro e riesco a fare delle cose. Per esempio, domani dovevo partire per la Svezia, ma non partirò, non me la sento. Per me felicità non era pensare che potevo andare in Svezia a divertirmi, ma pensare che ho delle persone accanto che mi vogliono bene. Più che l’attimo, mi rimane cosa ho provato in quel momento a stare con quella persona…

Francesca

Volevo chiedere una cosa. Secondo voi, l’amore che avete per gli altri e il fatto di sapere che le persone soffrirebbero troppo senza di voi, è una cosa così importante da determinare una decisione?

Alessandro

Si, ci penso… Sicuramente è un fattore che ti tiene, però non è l’unico.

Francesca

Io non me lo sono mai chiesto, non sono arrivata mai a quel punto. Però mi chiedo se pensare agli altri sia una motivazione abbastanza forte.

Giada

Io posso dirti che da giugno dell’anno scorso, quando ho tentato il suicidio, ci ho ripensato tante di quelle volte… Però ho promesso ai miei genitori che non l’avrei mai più fatto. L’idea che soffrirebbero troppo, questa è la mia àncora. Mia mamma quando mi faccio del male mi dice: «ogni volta muore un pezzo di me». E mi fa capire quanto voglio farmi vedere felice ai loro occhi, quanto non voglio più deluderli.

Alessandro

È vero, pensare agli altri, però per esempio quando ho gli attacchi di dolore forte forte, che magari grido, che magari attacco in modo verbale molto violentemente anche i miei genitori… Si vede proprio che sto male, male, male e vedere le loro facce è una cosa fortissima. 

 Francesca

Io sono sicura che pur di averti con loro, loro sono anche «felici» che tu li insulti.

Anch’io nel mio piccolo, divento aggressiva con mia madre, che è la persona che mi sta più vicino e a volte la tratto male e mi sento in colpa.

 Alessandro

Guarda, io con tutte le persone che ho conosciuto, più o meno della nostra età, in ospedale, la mamma ha sempre quel ruolo. 

 Francesca

È vero. Il mio dottore mi insulta sempre, mi dice: «Devi trattarla bene tua madre!». Però se è una persona che ti vuole bene, lo sa e ti capisce. Certo, se mi vede stare male, sta male anche lei. Però nello stesso tempo, loro starebbero molto peggio senza di te, senza di noi.

 Alessandro

Però anche quando il tuo amore è talmente forte e dici: «perché deve soffrire così tanto mio figlio?».

 Giancarlo

Facciamo una sola battuta su quei genitori che sono stati condannati per aver rifiutato la chemioterapia alla figlia, che poi è morta.

Alessandro

Non credo ci sia tanto da spiegare. Le avevano diagnosticato una leucemia, con una percentuale di guarigione alta con le chemio di oggi. I genitori però, avevano un’altra idea, erano contrari alla chemio, hanno portato la figlia di 17 anni in Svizzera, a fare una cura a base di cortisone, vitamine, integratori etc. e lei è morta. Bah, io non ho parole.

La cosa scioccante è che l’avevano talmente plagiata che lei scriveva sul suo diario che era convinta che avrebbe funzionato meglio la terapia offerta dai genitori, che la chemio. 

Francesca

Vicenda che si commenta da sola.

Giada

Io ho solo rabbia. Perché nel caso precedente i genitori hanno lasciato la propria figlia andare in pace. Hanno come acconsentito a questa cosa. In questo caso, l’hanno uccisa loro. È terrificante vedere quanta ignoranza dilaga in Italia e quanto questo possa uccidere una ragazza che non c’entrava niente. 

Addirittura plagiarla in questo modo, da farle credere che sta andando tutto bene…

Francesca

Come tempo fa, quando una ragazzina, a Roma mi sembra, è caduta sbucciandosi il ginocchio e si è presa il tetano e stava per morire perché non era vaccinata. Da mettere tutti in galera. 

Però anche lì, i genitori della ragazzina olandese, personalmente io non li capisco.

Posso immaginare che quando hai una persona che ami, e un figlio è la persona che ami di più al mondo, e vedi che soffre così, è difficile. Però è una cosa che a me lascia allibita. 

Due genitori che permettono alla figlia diciassettenne di lasciarsi morire, io non riesco proprio a capire…

 Alessandro

A me la cosa che puzza è la spettacolarizzazione. Lei su Instagram ha proprio scritto: «Ho preso la mia decisione, non cercate di farmi cambiare idea».

 Giada

La cosa che non capisco è che chi decide di togliersi la vita, non lo dice.

Almeno io ho ancora le lettere che scrissi, ne scrissi un bel po’, una per ogni persona. Le avrebbero trovate i miei genitori e distribuite. Avevo lasciato anche delle note audio, un sacco di cose.

Volevo lasciare il ricordo di me. Però senza dire a nessuno che me ne sarei andata.

Invece lei l’ha proprio detto e non capisco come l’abbia fatto veramente. 

 Giancarlo

Da quello che ho sentito, i genitori che stanno vicino, i genitori che amano, i genitori che ti sostengono, i genitori che ti tengono, che ti danno speranza.

Poi dall’altra parte i genitori che «ti fanno fuori». Però questa cosa è una cosa diversa…

I genitori, tutta la cerchia di amici sono importanti in un mondo di sofferenza e dolore.

Alessandro

Hanno un ruolo fondamentale.

Francesca

Come fai da genitore ad arrenderti?

Giada

Quando vedi tua figlia in una certa situazione, forse pensi che possa ottenere la pace.

Giancarlo

Io da genitore vi assicuro che non può essere. Devi essere fuori di testa.

Francesca

Mia madre spacca la faccia a tutti!

Io posso capire la debolezza di una ragazza così giovane, che non riusciva a vedere una via d’uscita diversa. Però quello che non posso capire, è come mai nessuno sia riuscito a farle vedere uno spiraglio, a farle credere di poter andare avanti.

Giancarlo

Le cose le devi prendere in tempo. Bisogna intervenire subito, creare una struttura, allargare, creare una società che non escluda ma includa, che sia più serena, che ci sia più amore. Questo è quello che diremo in Triennale il 15 novembre. 

Francesca

Sì è importante, la condivisione, il sentirsi parte di qualche cosa. 

Giancarlo

Devi aprire sulla società, dobbiamo fare una cosa che serva anche agli altri non solo a noi stessi. Dobbiamo allargare. Possiamo chiudere qui, direi che il tema è stato sviscerato con profondità e autenticità.

Grazie. Vi amo.

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