«Come cambiare il mondo» La storia di Greenpeace in un film.

by

Di Eleonora Prinelli

Il Bullone è e vuole essere sempre più attento alle tematiche ambientali, all’ecosostenibilità e al mondo che ci circonda. Perché per scrivere un giornale bisogna guardare al passato, al presente, ma anche e soprattutto, al futuro. Abbiamo deciso quindi di vedere insieme Come cambiare il mondo (How to change the world in versione originale), l’avvincente documentario sulla storia di Greenpeace, diretto da Jerry Rothwell che si è guadagnato un premio speciale dalla giuria del Sundance Festival 2015. E così, abbarbicati su scomodi sgabelli di cartone nella nostra amata e affollata redazione, ci siamo goduti quasi due ore di film su uno dei gruppi ecologisti più famosi e attivi del Pianeta. 

La pellicola narra di come può nascere un movimento globale a partire da un piccolo gruppo di persone, ognuno con la propria personalità, ma con l’obiettivo comune di creare una rivoluzione culturale ambientalista. La sua storia inizia il 15 settembre 1971, quando uno sgangherato gruppo di amici decise di salpare su un vecchio peschereccio verso l’Amchitka, nel Pacifico settentrionale, per protestare contro il test nucleare annunciato da Richard Nixon, allora presidente degli Stati Uniti.

Quella prima azione non violenta fece in breve tempo il giro del mondo e, anche se non impedì agli USA di effettuare il test, rese popolare quell’insolito gruppo di persone e diede vita a Greenpeace.

La sua nascita sembra coincidere di fatto con l’inizio dell’attivismo ecologista, nei primissimi anni 70. Non è un caso che il fondatore dell’organizzazione, Robert Hunter (detto Bob), salpi coi suoi compagni di viaggio proprio da Vancouver, in Canada. Greenpeace nacque lì poiché vi era un terreno florido al cambiamento: una grande concentrazione di hippies, ecologisti, pacifisti e ambientalisti mossi da forti ideali e voglia di agire. Il documentario ci accompagna saggiamente in questa avventura, seguendo le vicende dei protagonisti che hanno dato vita alle prime spedizioni e alle varie campagne ambientaliste e pacifiste dell’organizzazione. Fino a vedere Greenpeace crescere e arrivare in tutto il mondo, quando nel 1979 entrò a far parte dell’arena internazionale. 

Il bello è che da allora non si sono più fermati. Da quarantasette anni proseguono la loro lotta pacifica in difesa dell’ambiente e a favore delle politiche green. Penso che Greenpeace sia proprio questo: azione verso il cambiamento. A prescindere dal fatto che piaccia o meno come agisce, Greenpeace lo fa. 

Il nome Greenpeace fu scelto proprio a bordo di quell’instabile peschereccio capitanato da Phyllis Cormack, sul quale fecero la loro prima storica traversata verso l’isola di Amchitka, nell’Alaska sud occidentale

Una commistione tra la difesa della pace e della natura, tra l’amore per l’altro e per il nostro Pianeta. Fu così che a bordo di quella barchetta si issò la vela che portava il nome di questo piccolo gruppo, che in realtà all’epoca non era per nulla strutturato. Sapevano solo che si chiamavano Greenpeace e che volevano fare la differenza. Da soli in mezzo al mare di Bering e con l’inverno alle porte, correndo dei rischi enormi e non sapendo neanche se sarebbero tornati indietro sani e salvi. In quell’occasione Robert Hunter disse: «Per cambiare il mondo siamo pronti a rischiare? Se sì, facciamolo».Quanti di noi oggi si batterebbero così per un ideale? Saremmo pronti a correre dei rischi per fare la differenza? 

Tutto sommato, però, la storia di Greenpeace insegna che a volte bisogna essere pazienti e accettare dei compromessi. È inevitabile scontrarsi con la dura realtà, come capitò al gruppo quando fu costretto a tornare a casa per l’imminente pericolo di incontrare il ghiaccio in mezzo all’oceano. Bob, che era il più temerario ed appassionato di tutti, non si diede mai pace per quella sconfitta e disse: «Per me è nauseante vedere che una rivoluzione non possa andare più veloce o più lontano delle persone».

È vero, in quel caso fallirono. Il test venne fatto comunque, causando terremoti e dissesti morfologici in tutta l’isola di Amchitka. Dimostrando che l’uomo può fare del male alla Terra pur in assenza di una guerra, solo per dimostrare ciò di cui è capace. Ma quella sconfitta ebbe l’effetto di una mind bomb, come amava definirla Bob Hunter e che oggi sarebbe il sinonimo di idea virale. Ebbe un immenso valore per gli attivisti di Greenpeace, che tornarono a casa accolti come degli eroi vittoriosi, dando loro la spinta per andare avanti sempre più determinati. Allo stesso tempo, ebbe un enorme effetto sulle persone che seguirono la vicenda con il fiato sospeso da tutto il mondo e scoprirono di voler partecipare a quel cambiamento. 

Quella prima spedizione fu quindi seguita da tante altre, tutte fedelmente documentate attraverso immagini e riprese video, a dimostrazione del fatto che si può fare la rivoluzione con la telecamera al posto del fucile. Il loro campo di azione si spostò maggiormente verso le tematiche ambientali e in difesa del mondo animale. Prime tra tutte quelle per fermare il massacro delle balene negli oceani e dei cuccioli di foca in Canada, uccisi per la loro pelliccia soffice e immacolata. 

In ognuna di queste lotte pacifiche si scontrarono contro il pericolo e si dovettero misurare con le loro paure e il loro coraggio. Una frase in particolare ho adorato durante la visione, quando Hunter mise la testa nella bocca dell’orca tenuta in cattività a Vancouver (per scoprire i dettagli guardate il documentario, ne vale la pena): «Mi ha mostrato esattamente dove finisce il mio coraggio e comincia la mia paura». In poche parole, l’essenza dell’attivismo, ieri e oggi. 

Non sempre però riusciamo portare avanti la causa che ci sta a cuore senza che il nostro ego interferisca con ciò che vogliamo fare. In tutti i movimenti sociali l’ego è l’anello debole. Lo fu anche per Greenpeace, che a un certo punto della sua storia e nel pieno del successo, dovette scontrarsi con l’impossibilità di conciliare il potere acquisito e l’ego dei singoli attivisti del movimento. Mentre nascevano decine di uffici affiliati in tutto il mondo, cresceva l’esigenza di darsi una struttura, di organizzarsi e sanare i debiti. Visioni diverse e pensieri contrastanti misero a dura prova i vecchi amici del peschereccio di Phyllis Cormack. Finché il lungimirante Bob Hunter non decise che fosse giunto il momento di «lasciar andare il successo» e rendere Greenpeace internazionale, nel 1979. Sganciata da qualsiasi gerarchia o territorialità, semplicemente libera. 

Ma com’è Greenpeace oggi? Comprende 26 uffici nazionali e regionali indipendenti in tutto il mondo, oltre a un organismo di coordinamento, il Greenpeace International. Continuano a lanciare campagne in difesa dell’ambiente, ispirandosi ai principi della nonviolenza e dell’indipendenza politica ed economica. Indagano e denunciano i crimini ambientali e promuovono soluzioni alternative allo sfruttamento della Terra. 

Curiosando sul sito di Greenpeace Italia, nella sezione «attivati» vi sono le iniziative più varie: dalle petizioni contro la plastica negli oceani o la deforestazione, a quelle in difesa dell’Artico e delle api in via di estinzione. Ma non solo, Greenpeace raccoglie firme per chiedere ai governi lo stop di trivelle e oleodotti, così come dei finanziamenti pubblici destinati agli allevamenti intensivi e tanto altro ancora. L’impegno richiesto al singolo è davvero esiguo e non si viene bombardati di newsletter. Firmi la petizione, la condividi sui social e infine, se lo desideri, doni a supporto della causa. Semplice, ma efficace. 

Sembra proprio che Greenpeace, a quasi cinquant’anni dalla sua nascita, abbia conservato l’ardore dei suoi fondatori, i quali credevano che anche pochi individui potessero avere un impatto. Dopo tutto, il nocciolo della questione sta proprio lì. Non possiamo cambiare il mondo se non iniziamo noi stessi a fare la differenza, nel nostro piccolo, giorno dopo giorno. «Tutti noi siamo stati coinvolti perché dovevamo esserlo», dice uno dei pionieri di Greenpeace alla fine del documentario. Voglio chiudere così questo lungo articolo, con questa citazione. E con la speranza che ognuno di noi saprà come sentirsi coinvolto oggi, più che mai. 

Immagine in evidenza: whatnottodoc.com


You may also like

Leave a Comment

Your email address will not be published.