CIOCCOLATO INSOSTENIBILE

CIOCCOLATO INSOSTENIBILE

di EMANUELE BIGNARDI

Illustrazione di: www.nonsoloambiente.it

Il cioccolato ha origini molto antiche: gli Aztechi lo consideravano un afrodisiaco potentissimo, tanto che l’imperatore Montezuma ne faceva largo uso prima dei suoi “incontri galanti”. Nei paesi del Nord del Mondo il cioccolato è una “coccola”, un cibo consolatorio. Ma dietro una tavoletta di cioccolata, si nasconde un lato oscuro: la provenienza del suo ingrediente principale, il cacao. Forse non ci si pensa quando si addenta un pezzo di cioccolato, eppure la quasi totalità del cacao non solo proviene da fonti non sostenibili, ma addirittura illegali. Infatti, soprattutto in Costa d’Avorio e in Ghana, le piantagioni di cacao stanno distruggendo la foresta nativa, a scapito della biodiversità e della fauna. Secondo il rapporto di Mighty Earth (www.mightyearth.org), le foreste ivoriane si sono ridotte moltissimo dal 1990 ad oggi. In particolare, le aree protette stanno scomparendo: la perdita annuale è del 4,2%, dato allarmante se si pensa che potrebbe portare alla completa distruzione di parchi nazionali in pochi anni.

La domanda sorge spontanea: “come funziona e quali sono le cause di un sistema così perverso?” Tutto inizia da coltivatori che deforestano le aree protette e i parchi naturali, sostituendoli con piantagioni di cacao. Queste colture impiegano due anni a dare i primi frutti, i semi di cacao, appunto. Il raccolto viene venduto ai “pisteurs”, che a loro volta lo rivendono ad altri intermediari, le cooperative. Queste ultime, direttamente o indirettamente, trasportano il cacao fino ai porti di San Pedro e Abidjan (Costa d’Avorio) dove vengono acquistati da aziende come la Cargill, Olam e Barry Callebaut, i principali fornitori delle multinazionali del cioccolato (e.g. Mondelez, Ferrero, Godiva, Mars etc). Il nucleo del problema, però, non è soltanto la deforestazione, ma anche il fatto che questo sistema venga accettato e nemmeno nascosto: sia gli agricoltori, che i pisteurs, che le cooperative ammettono di ottenere il cacao da piantagioni situate in aree protette della Costa d’Avorio. Considerato questo, non è possibile per le multinazionali del cioccolato dichiarare di non conoscere l’origine del cacao che utilizzano.

Le ricadute negative di tale sistema sono molteplici e coinvolgono prima di tutto la biodiversità, sia animale che vegetale: sostituendo le foreste native con le piantagioni di cacao, si rischia di perdere moltissime specie vegetali. Molti animali, come gli elefanti, vedono ridursi il proprio habitat naturale. La conseguenza di ciò si legge nei numeri: in costa d’Avorio gli elefanti rimasti sono solo 200-400, rispetto alle migliaia di esemplari che hanno reso famoso questo Stato. Non solo gli elefanti, però, rischiano l’estinzione: moltissimi animali che abitano le foreste native e i parchi nazionali corrono il rischio di estinguersi per sempre. Un’altra faccia negativa del sistema attuale di approvvigionamento del cacao è “l’impatto umano”. Le paghe basse e lo sfruttamento del lavoro minorile sono solo due degli aspetti che caratterizzano questo settore e che si sono sviluppati in seguito alla crescente domanda di cioccolato da parte dei paesi industrializzati. Nel 2015, infatti, il mercato del cioccolato mondiale valeva circa 100 miliardi di dollari, con una crescita della domanda tra il 2 e il 5%. Eppure, nei paesi produttori di cacao, il cioccolato è un bene di lusso che in pochi riescono a permettersi. In Costa d’Avorio, i coltivatori vengono pagati solo 50 centesimi al giorno, mentre in Ghana 84 centesimi. Se guardiamo a una singola tavoletta di cioccolato, solo il 6,6% del suo valore va ai coltivatori, mentre il 35 e il 44% vanno rispettivamente alle aziende del cioccolato e alla catena di vendita al dettaglio. Inoltre, secondo il dipartimento americano del lavoro, i minori impiegati nelle piantagioni di cacao sono aumentati del 21% in 5 anni, con 2.1 milioni di bambini costretti a lavori pericolosi e fisicamente estenuanti. In tutto ciò, le industrie del cioccolato hanno evitato di eliminare il problema alla radice, dichiarando solo l’intento di ridurre del 70% il lavoro minorile in Costa d’Avorio e Ghana entro il 2020.

È possibile rendere più dolce un cacao così amaro? 

Esistono delle prospettive future e dei passi che le multinazionali possono fare concretamente per mettere fine a questo sistema perverso.

1) transizione a colture più efficienti: la deforestazione viene solitamente praticata per ottenere delle piantagioni di cacao “in pieno sole”, considerate più rapide. Tuttavia, coltivare il cacao nel sottobosco della foresta ha diverse ricadute positive, tra cui il controllo dell’erosione, l’arricchimento del terreno e la riduzione delle piante infestanti. Inoltre, la produttività di questo tipo di colture sembra essere più elevata ed efficiente rispetto ai metodi tradizionali.

2) migliori condizioni di lavoro ed eliminazione dello sfruttamento minorile. È importante che le ingiustizie sociali derivanti dalla coltivazione del cacao siano eliminate completamente: assicurare una paga adeguata ai coltivatori, impedire lo sfruttamento minorile non sono solo atti sensati, ma anche di giustizia.

3) rifiuto di comprare cacao proveniente dalla deforestazione illegale di aree protette e parchi nazionali. Questo tipo di azione può essere fatta anche dai consumatori: senza rinunciare al piacere del cioccolato, è possibile comprare quello che ha ottenuto una certificazione FairTrade o UTZ, che garantiscono una serie di tutele per i lavoratori e per l’ambiente.

È quindi anche nostra responsabilità far sì che il cioccolato sia davvero un “peccato senza colpa”, aumentando la nostra sensibilità e scegliendo un prodotto più sostenibile. Una mano viene dalla campagna europea Make Chocolate Fair (www.makechocolatefair.org), che si impegna a sensibilizzare l’industria del cioccolato e i cittadini.

 

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