CICATRICI A CATANIA | Il Bullone

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Intervista a Jona Di Paola, Boris Behncke e Luca Lo Re.

Di Sofia Segre Reinach

Anche Catania accoglie Cicatrici.

Da Milano alla Sicilia, dalla Triennale alla Galleria d’Arte Moderna, la mostra sulla bellezza della fragilità, ideata e promossa dai B.Livers e dal +LAB , il laboratorio di stampa 3D del Politecnico di Milano di Marinella Levi, è diventata itinerante. Catania è stata la prima tappa di questo nuovo viaggio, una decina di ragazzi, insieme a Bill Niada e Marinella Levi, dal 15 al 20 luglio hanno «invaso» la città portando i loro sorrisi e le loro storie. Catania si è aperta ad accogliere il messaggio di forza e rinascita di Cicatrici, a condividere vulnerabilità, fragilità e ferite che accomunano tutti e che fanno scorgere la parte più intima e bella dell’essere umano. A partire dall’accoglienza del Comune che ha messo a disposizione il bellissimo spazio espositivo e il supporto in loco, con le persone che vi lavorano, capitanate da Giovanni Oberdan.

Al grande evento di apertura abbiamo avuto l’onore di avere con noi il sindaco Salvo Pogliese, l’assessore alla Pubblica Istruzione, Attività e Beni Culturali, Pari Opportunità e Grandi Eventi del Comune di Catania Barbara Mirabella, l’assessore alla Salute della Regione Siciliana Ruggero Razza, il neo assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo, Manlio Messina e il presidente della Commissione Urbanistica, Gestione del Territorio e Decoro Urbano del Comune, Manfredi Zammataro e la giornalista Flaminia Belfiore, sensibile moderatrice dell’evento. Con loro, il presidente e amministratore delegato di Janssen Italia, Massimo Scaccabarozzi e tutto il suo staff. Che ringraziamo anche questa volta per aver creduto in questo cammino e hanno permesso a Cicatrici di arrivare fino a qui. Insieme a loro, il team di Inrete, motore organizzativo, gli allestitori Domenico Baldini, Mauro Oneda e Michele Gibertoni. Vero dono di queste giornate sono state le persone che abbiamo incontrato, dai visitatori che ci hanno restituito con lacrime, sorrisi, abbracci la loro emozione; ai protagonisti di Conversazioni in mostra. Persone che lavorano sulle cicatrici del territorio siciliano, lottando per un bene comune.

Grazie a Michele Spalletta e Mirko Viola di Tree, per questi appuntamenti. Grazie all’Etna, che in questi giorni ci ha donato uno spettacolo eruttivo sublime. Per averci accompagnato, guidato e coinvolto con la sua passione ringraziamo Rosario Tomarchio e la sua VulcanHouse. Con noi in quei giorni anche Alessandro Beltrame, il regista, che come sempre è riuscito a catturare la bellezza e i nostri sguardi di meraviglia. Grazie a Elena Granata, donna piena di energia e passione che ci ha guidato nella storia e nell’arte di Catania e del suo Castel Ursino. Cicatrici è diventata una mostra itinerante, ma anche incrementale. In Triennale le opere erano 41. A Catania erano 42. Con noi anche Alidoro, l’opera di un’amica sopra le nuvole, che da lassù continuerà a guidarci.

Grazie e arrivederci alla prossima tappa.

INTERVISTA A JONA DI PAOLA – DESIGN E CULTURA FANNO RINASCERE IL BORGO FANTASMA

Di Fiamma Colette Invernizzi

Jona di anni ne ha solo ventiquattro, anche se per carisma, curiosità e conoscenze dovrebbe averne almeno un centinaio. Capelli ricci scomposti e sandali ai piedi, ha l’energia di chi, per entusiasmo, non riesce a star fermo su una sedia. Molleggia, indica, sorride, si muove, ragiona ad alta voce e si sente un cittadino del mondo. «Farm Cultural Park», ci introduce con serietà, «è una realtà nata per volere di Andrea e Florinda che, appassionati di arte contemporanea, nel 2010 decidono di spostarsi da Parigi alla loro amata Sicilia per mostrare che, con responsabilità e passione, si poteva arginare la terribile emorragia di capitale umano che stava colpendo proprio Favara».

Nella foto Jona Di Paola

Da quel marzo di quasi dieci anni fa, del Parco Culturale ne hanno parlato riviste di viaggi, quotidiani nazionali e testate giornalistiche estere, riportando numeri e impressioni che sembrano raccontare un successo di pixel variopinti. 1750 mq dedicati all’arte contemporanea, 100 creativi presenti sul territorio e 90.000 visitatori nel 2016, sono solo alcuni di questi. Favara si mostra in televisione non per mafia o per abusivismo – come sfortunatamente accade a molti altri piccoli centri dell’isola – ma per arte, cultura, design e rigenerazione urbana alternativa. «I percorsi formativi che propone il Farm!», continua Jona facendosi portavoce della realtà con cui ha collaborato, «sono tre: la scuola di architettura per bambini dai 7 ai 12 anni, quella di politica per giovani donne – tenuta da Florinda e da alcune attiviste di Movimenta – e un festival di orientamento per i ragazzi dell’ultimo anno di liceo, per favorire l’elaborazione e la rappresentazione di concetti tramite la creatività e l’arte». I due pilastri che rendono il Farm Cultural Park frizzante e contemporaneo sono proprio l’intraprendenza e l’interazione giovanile, capaci di amalgamare vite, lingue e provenienze diametralmente opposte. «Nei sette cortili del Farm», prosegue il nostro giovane-saggio, «sono arrivati artisti e studenti da Berlino, Boston, Tunisi, Parigi, ma anche da Venezia, Milano, Roma, Torino e da tutte le università siciliane. E lì vi hanno incontrato le Zie, tre signore che nel 2010 credevano di dover abbandonare le loro dimore, mentre ora vivono a contatto con giovani professionisti provenienti da tutto il mondo». Che lingua si parla a Favara oggi?, ci chiediamo tutti. Il siciliano, ovviamente. O forse quella strana lingua universale fatta di sguardi, colori e bellezza. Di arte contemporanea e umanità, di vita e sorrisi.

INTERVISTA A BORIS BEHNCKE – VOLCANOLOGO CHE STUDIA LA “MAMMA ETNA”

Di Irene Nembrini

Guardando l’orizzonte è la prima cosa che si nota; si staglia tra palazzi e campanili, su fino al cielo. Un filo di fumo che si allunga dalla cima, una sagoma  imponente che veglia sulla città: è l’Etna, uno dei più grandi simboli della Sicilia. Abbiamo avuto l’opportunità di conoscerlo meglio insieme a Boris Behncke, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: affascinato dai vulcani sin dalla tenera età, realizza il suo sogno d’infanzia durante un viaggio in Sicilia, osservando un’eruzione dell’Etna, la prima di molte. Insieme all’INGV e in particolare all’Osservatorio Etneo, si occupa di osservare e studiare le attività del vulcano, nonché di educare sui fenomeni ad esso collegati, attraverso eventi di divulgazione scientifica. Il suo compito però, non è dei più facili: si tratta di un campo molto complesso, in cui non esistono certezze matematiche, ma solo probabilità e possibilità, frutto di studi e calcoli, e in cui la disinformazione è tristemente diffusa. Non è raro, infatti, incappare in storie e leggende popolari al limite dell’assurdo, o in dichiarazioni sensazionalistiche e catastrofiche, dopo un’eruzione o un terremoto: si tratta spesso di affermazioni false o esagerate, che risultano purtroppo molto difficili da sfatare. L’Etna è in continua attività ed evoluzione e racchiude una grande varietà di fenomeni differenti nello stesso vulcano; una caratteristica che lo rende unico nel suo genere, nonché una vera e propria miniera d’oro per geologi e vulcanologi. Fenomeni che, in realtà, sono raramente distruttivi o dannosi, ed è per questo che il vulcano è stato soprannominato il «gigante buono» o, più comunemente, «mamma Etna»: una mamma un po’ brontolona ma molto generosa, come la definisce Boris.

Nella foto Boris Behncke

Grazie alla sua notevole attività, il vulcano è in continuo cambiamento ed evoluzione: nel corso degli anni sono nati svariati crateri, sia sommitali che laterali, e il terreno ha subito numerose modifiche, dovute ai movimenti del mantello terrestre. È compito di geologi e vulcanologi osservare questi cambiamenti e, affinché si possano interpretare i segnali che la terra ci dà, terremoti, spostamenti del terreno e altri parametri sono monitorati costantemente nella sala operativa dell’INGV, lavorando a stretto contatto con le autorità locali, per poter controllare e prevedere eventuali eruzioni, o altri fenomeni di questo tipo.

INTERVISTA A LUCA LO RE – SAN BERILLO, LA CITTÁ DA NASCONDERE

Di Fiamma Colette Invernizzi

San Berillo di cicatrici ne porta sulla pelle e nell’animo. Tra i vicoli e le porte murate, l’aria è immobile, sagomata di corpi in vendita e ragazzi troppo giovani per avere sguardi così adulti. Camminare per le vie di questo quartiere è come fare un salto in un tempo scoordinato, in cui i vizi dei perbenisti sono contemporaneamente mascherati e manifesti. Prostitute e piccoli centri di spaccio si snodano tra case abbandonate e palazzi dalle volte affrescate, alternandosi con interventi sfrontati di street artist internazionali.

L’aria ha il sapore di sconfitta e di eterna attesa, come in un carcere a cielo aperto. San Berillo è la città nascosta. Anzi, la città da nascondere. Gli accessi sono pochi e stretti, invisibili per i turisti e inaccettabili per i cittadini. Eppure qualcosa è accaduto, qualcosa si è mosso. Con complessità, fatica e con la forza di affrontare il conflitto spalmato tra mattoni forati e abitazioni dai tetti crollati, due realtà opposte, diverse, contraddittorie, sono sorte proprio nel cuore del sobborgo fantasma: il Frist Lounge Bar da un lato, e Trame di Quartiere dall’altro. Come gemelli diversi, separati alla nascita, incapaci di parlare un linguaggio comune per l’eccessiva differenza di carattere, i due universi hanno un obiettivo comune: risanare San Berillo. La prima, sfacciata e contemporanea, vestita di piante grasse e aforismi dipinti sui muri, ha reso Piazza delle Belle (in nome delle ragazze che ci lavoravano un tempo) uno dei luoghi più visitati dell’intera città, tra fancy cocktails e aperitivi, voti alti sui siti gastronomici e mura diroccate di immobili disabitati a fare da scenografia.

Nella foto Luca Lo Re

Una bolla, però, che non parla di quello che avviene nel resto del quartiere. Uno specchietto per le allodole per chi non si pone domande su cosa avvenga dietro l’angolo. Luca Lo Re, invece, proprio dietro quell’angolo ha trovato una ragione per lottare, per studiare, per mettersi alla prova e per raccontare come veramente stanno le cose. Presidente di Trame di Quartiere associazione che si occupa di progettare interventi di rigenerazione urbana consapevole – non si ferma all’apparenza e non si accontenta della nuda realtà dei fatti. Un sogno per il quartiere?, si chiede ad alta voce. Ricominciare a sentire il profumo di pane, in tutti i vicoli di San Berillo. Per abitare, costruire e trasformare quello che è rimasto di questo posto straordinario. Perché tutto non muoia tra i non detti e per dare di nuovo sapore alla quotidiana semplicità della vita.


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