Chi è oggi il nuovo Panagulis?

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Saigon, Hanoi, Phnom Penh, Città del Messico, Rio de Janeiro, La Paz, Dacca, Calcutta, New York, ancora Saigon, poi di nuovo Phnom Penh e La Paz. Atene? Mai. Avevi girato il mondo, Oriana, alla ricerca di una fanciulla vietnamita, un frate domenicano brasiliano o un giovane boliviano capaci di raccontare gli orrori nascosti dietro gli orrori, le ingiustizie celate dietro le ingiustizie e le tragedie delle guerre che, spogliate dei ricchi abiti nazionalisti, prendono le sembianze di esseri umani spezzati nel corpo ma inflessibili nell’animo.

Mai eri stata ad Atene perché mai c’era stato bisogno, prima, di intervistare un anarchico terrorista nascosto tra le splendide Cariatidi e le metope fidiane del Partenone. Mai. Non avevi idea del suo aspetto, se fosse giovane o vecchio, bello o brutto, alto, basso, biondo o bruno, perché mai avevi pensato di doverci parlare. Non ne avevi nemmeno mai visto una fotografia. Ma Alexandros Panagulis era stato liberato, dopo l’attentato fallito al presidente-dittatore Papadopulos, dopo anni di torture e detenzione, dopo agonie, sofferenze e innumerevoli supplizi, era stato liberato e aveva scelto te per essere intervistato. Non potevi non andare, non potevi non incontrare quell’uomo contro cui saresti andata a sbattere come un treno che percorre all’inverso lo stesso binario.

Quell’uomo che avresti poi definito l’unico Uomo della tua vita. Un unico Amore forte, folle, tremendo, inatteso e improvviso, come un temporale estivo che inonda, investe, strazia i pensieri e riempie le membra di follia, di fantasia, di vita per poi finire bruscamente dilaniato nelle lamiere accartocciate di un «anomalo» incidente stradale. Tragedia. Amore, dolore e morte. E oggi? Dove volgeresti lo sguardo tu, Oriana, se dovessi andare alla ricerca di un nuovo Panagulis, del tuo Alekos, quarantun anni dopo la sua scomparsa? Oggi. Che strano questo oggi. Oggi che è un mondo che cambia rapidamente ma non muta mai, un luogo in cui l’eterno Potere non muore, ma cade per risorgere senza sosta, un tempo che si ciba di rivoluzioni da trasformare in regimi di false politiche democratiche.

Oggi cercheresti un esule nordcoreano, un rifugiato siriano o uno studente venezuelano, per ricominciare il sofferente giro del globo alla ricerca delle ideologie che ci tengono in vita. Ma troveresti quello che vai inseguendo? Forse. O forse più grossa sarebbe la sconfitta, più grande la delusione di confrontarti con l’eterno ritorno dell’uguale, con la lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento e con il gregge che porta le mutande con la parola Popolo o Libertà, prima di piegarsi al Potere come un giunco al vento. Allora saresti costretta a fare un passo indietro, a fermarti per chiederti: «Chi era Alekos?». «Non un eroe, non un politico», dicesti in un’intervista a un anno dalla sua morte, «sarebbe limitante per la figura che era. Panagulis era un poeta, un artista che generava eroismo come conseguenza delle sue parole e politica come traduzione dei suoi versi». Un poeta, un artista. Un essere umano in cui gli impegni morali lottavano con violenza contro la violenza, in cui l’ideologia costituiva una sfida alla ragione, il coraggio una rivolta al buon senso e l’amore uno schiaffo alla logica. Dove trovarlo, allora, così irriducibile e indomabile? Forse in una nazione senza confini geografici, in un universo fatto di etere, in un luogo con una lingua comune a tutti e accessibile a pochi, in uno spazio che ha le dimensioni del globo intero, in una rete invisibile capace di scavalcare ogni forma di autorità. Forse nel Web. Il Panagulis del nuovo millennio non avrebbe il corpo coperto di cicatrici, i talloni rotti dalle percosse, i baffi scuri e la fronte ampia, non avrebbe la voce che al solo udirla si poteva perdere la pace per sempre, non avrebbe quelle pupille scure e magnetiche che al medesimo istante ci si struggeva e terrorizzava. Di Alekos non ne potremmo conoscere le sembianze, la nazionalità, la stazza, la passione nell’amare, l’irruenza nella lotta e la follia nell’intelligenza. Panagulis lo sapremmo soltanto definire un hacker, un disubbidiente informatico.

Da lui potremmo solamente imparare a sacrificare l’Amore umano in nome di un ideale irraggiungibile chiamato Giustizia, in un mondo in cui le rivoluzioni hanno il colore sbiadito delle nuvole invernali. Con lui potremmo tornare ad amare la ricerca della Verità, il sapore della sfida e il profumo della Libertà. Per lui saremmo capaci di affrontare la Vita col fiato sospeso, come dall’ultimo piano di un grattacielo, da cui ci sembra di volare, ma insieme ci pare di precipitare nel vuoto.

Immagine in evidenza di Fabio Sironi

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