Chi aiuta le ragazze costrette a prostituirsi? | Il Bullone

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Immagine in evidenza scattata da Nicolò Gigliola

Di Nicolò Gigliola

U«Lo sai che la mamma di L. fa la puttana. Mio padre lo ha detto a mia madre ieri sera a cena. Mio papà è avvocato, lui sa un sacco di cose», ero in quinta elementare quando mi son scoperto inconsapevole protagonista di una delle più antiche storie dell’umanità, il figlio della puttana del quartiere. Nutrito di un severo senso di appartenenza per gli ultimi, pensai ad alta voce che forse suo padre l’aveva conosciuta in altri contesti, quindi non sarebbe stato opportuno raccontare questa sensazionale notizia tra i banchi disposti a ferro di cavallo di quella vecchia aula. Doveva essere un luogo di unione, oasi felice di tempi magici, ma il pregiudizio per chi è diverso è un marchio che difficilmente riuscirai a scrollarti via. La prostituzione genera un’interdipendenza sociale da cui è difficile allontanarsi, ce lo ricordano le parole di una Mamma Roma ormai dimenticata, figlia di un altro tempo, un’altra storia. «Se avessimo avuto i mezzi, saremmo state persone per bene anche noi?». Pier Paolo Pasolini getta in faccia al perbenismo borghese degli anni sessanta, cullato da un generale positivismo economico, una storia di redenzione. Un tentativo di redenzione. L’intellettuale romano, ucciso in una notte di novembre del 1975, dà voce alla storia di una madre e di un figlio, è sempre la storia di una madre e di un figlio. Anna Magnani è una donna di vita, rispettata dalle colleghe di strada, conosciuta dagli uomini e consapevole della natura umana, di cui anche lei è passiva spettatrice. L’amore per un figlio, da troppo tempo abbandonato a sé, rappresenta la sua unica possibilità di redenzione. Dare a un figlio la possibilità di una vita migliore, una vita felice, la vita di un uomo per bene. È per questo che si vive no? Per la felicità per una creatura, nata già gravata da un peccato di origine. La storia e le urla di un’ormai dimenticata Mamma Roma, ci insegnano che in un mondo di vinti, poche sono le storie di redenzione. Così è, e così sarà. Nel 2019, a quasi sessant’anni di distanza, altre vite andrebbero raccontate, altre storie. Storie che vengono da lontano, dai colori e profumi diversi.

Ma chi ha la forza per farlo? Dov’è ora la speranza per un futuro migliore? In un’epoca in cui sono i numeri a farla da padrone, la comunità di San Benedetto al porto di Genova, in cooperazione con l’associazione Afet Aquiloneonlus, ha dato inizio al progetto «Hope this help». Da più di un anno gli operatori dell’unità di strada conducono un’attività di prevenzione e informazione, avvicinando le ragazze direttamente sul luogo di lavoro. Centro storico, Sampierdarena, Corso Perrone e Cornigliano sono le zone più interessate, diverse ragazze, diverse etnie, diversi modi di approccio. Dalla relazione elaborata dopo un anno di attività, è emerso che le ragazze nigeriane di Corso Perrone sono molto diffidenti, accettano di essere avvicinate ma raramente danno informazioni di sè; le ragazze di origine slava, invece, sono più aperte al dialogo, fornendo numerosi dettagli sui motivi per cui si trovano in Italia, raccontano di figli lontani e di una famiglia da aiutare. Queste donne, indipendentemente dalla provenienza, sono accumunate da un unico desiderio: cambiare la loro vita. Percepiscono una totale mancanza di alternative valide, sono spaventate, ricattate e psicologicamente dominate da uomini che promettono di aiutarle. Dall’attività svolta sono emerse numerose problematiche, dalla gestione dei documenti, alla necessità di accedere a cure sanitarie, o semplicemente alla possibilità di ottenere un regolare contratto di locazione.

Foto scattata da Nicolò Gigliola

Inoltre, la giovane età delle ragazze incontrate e la naturale diffidenza, non facilitano l’instaurazione di una relazione. Ne deriva una realtà variegata e in continuo mutamento, in cui gli operatori intervengono con la consapevolezza di non poter cambiare la sostanza delle cose. Si cerca di fornire mezzi e informazioni per un’alternativa migliore, creando rapporti di fiducia e facendo emergere storie di sfruttamento, di cui altrimenti non si conoscerebbe nulla. La prostituzione è la terza industria illegale al mondo per fatturato, una nuova forma di schiavitù, le cui vittime sono soprattutto donne e bambini. È sempre la storia di una madre e di un figlio. In base ai dati forniti dal Codacons, nel 2018 in Italia sono costrette a prostituirsi circa 90.000 donne di differenti età, giovanissime e non. Il 36 per cento di queste sono di origine nigeriana, altri profumi e altri colori che vanno a colmare una domanda costituita da 3 milioni di clienti, per un giro di affari di circa 90 milioni di euro. Il nome di queste ragazze non è importante, il loro è un destino segnato, invisibili alla società, giudicate e abbandonate, raccontano un’unica antichissima storia: la storia della puttana di quartiere.


Ma queste, quelle che ogni giorno fingiamo di non vedere, sono storie ancora più difficili da raccontare, storie che vengono da lontano, non  c’è alternativa né speranza, sono storie che difficilmente conosceremo. Come è stato rilevato dai ragazzi dell’unità di strada, la prostituzione è un fenomeno mutevole che sta cambiando rapidamente. La causa è da ritrovare nell’aumento dei fenomeni migratori, in una maggiore disponibilità economica, ma soprattutto in una domanda sempre più elevata. Contribuiamo all’inesistenza di queste donne, ma la cosa non ci tocca, non la vediamo o non la vogliamo vedere. Sono vite segnate di cui nessun vuole conoscere la storia, abbiamo imparato a non farci impressionare dalla miseria umana, anestetizzati al dolore, fingiamo di non vedere, consumando la morte dell’Io. Stiamo contribuendo alla crescita di un mercato di schiavi, donne sottomesse, derubate della loro vita. Pensiamo di meritare quei corpi per il solo fatto di poterne pagare il prezzo. Non ci interroghiamo su di loro, sulle loro vite. Abbiamo anche smesso di interrogarci su noi stessi, incapaci di comprendere che il comportamento di un solo uomo può aver ripercussioni su gran parte dell’umanità. La domanda genera l’offerta, un modello matematico di determinazione del prezzo su cui si fonda la nostra società. Non è la scoperta dell’acqua calda, ma è il principio da cui è necessario partire per fronteggiare un problema sociale. Un problema umano, l’odio genera odio. Un problema comune perché, parafrasando un uomo che di prostitute ne ha cantato le storie, per quanto noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti.

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