Che cosa è la libertà? E il tempo? Ironia e rabbia

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Il pranzo ci viene servito alle 13 in punto, elegante quanto un origami. La vellutata di asparagi e si sposa perfettamente con i colori pastello delle pareti e le bottiglie di bollicine elegantemente disposte su effi meri scaffali di design. L’atmosfera si amalgama con grazia agli abiti eleganti degli ospiti e ai gesti educati dei giovani camerieri che ci servono sorridenti tra i tavoli del ristorante InGalera. Qui, al Carcere di Bollate, nella cucina più stellata tra quelle aperte al pubblico in una casa di reclusione, è evidente come l’ironia sia il piatto forte: sui muri (anche nei bagni!) sono appesi poster di celebri fi lm come «Papillon» e «Le ali della libertà», e sui tavoli sono distribuite tovagliette decorate con foto in bianco e nero raffi guranti le più note carceri del mondo. L’eccitazione e la curiosità danzano a braccetto mentre, barattato il documento d’identità per un pass da visitatore, ci inoltriamo nel ventre sconosciuto della fortezza di cemento. Porte blindate e occhiate attente di secondini si alternano a telecamere e cortili deserti. I muri ricordano fortezze inespugnabili, i corridoi sono decorati con orologi che hanno smesso di funzionare in un’epoca remota e la luce entra, fi ltrata dalle grate delle fi nestre. Con la sensazione di essere entrati in un luogo di culto dai valori a noi sconosciuti, con il timore di fare troppo rumore o di farne troppo poco e con il dubbio di poterci perdere nel dedalo di corridoi tutti uguali, veniamo guidati da un ambiente all’altro. «In fondo al corridoio c’è la biblioteca», racconta Renato, la nostra guida un po’ agitata ma mai scortese, «mentre alla vostra destra vedete le classi adibite alle lezioni della scuola alberghiera, poi quelle per i corsi di alfabetizzazione, i corsi di inglese e di informatica». Le pareti variopinte nascondono la freddezza delle inferriate e delle serrature metalliche che fanno da ornamento a ogni apertura; i sorrisi sono ancora timidi, ma siamo quasi arrivati all’aula che è stata preparata per il nostro arrivo. Che la redazione itinerante abbia inizio. La sala, spazio in cui si svolgono le riunioni di carteBollate (giornale scritto e stampato nel carcere), ci accoglie con occhiate curiose, qualche mormorio e un murales che recita «Il rispetto è imparare a conoscersi in ogni sfumatura». Ci accomodiamo e nessuno osa rompere il silenzio. Dopo un paio di minuti, in cui il tempo sembra aver trattenuto il fi ato per non far rumore, notiamo che il nostro direttore, Giancarlo, inizia a dimenarsi sullo sgabello, per raccogliere le idee prima di esporle a gran voce. «Come vedete dalla prima pagina del nostro ultimo numero», afferma in maniera decisa, «abbiamo voluto dare importanza a due concetti immensi e opposti: rabbia e tenerezza. Questi due perché raccontano bene i momenti e le reazioni dei nostri ragazzi durante i momenti diffi cili.

Allora chiedo a voi, senza mezzi termini, quali sono le due parole che vi caratterizzano?». Grande Gianca, pensiamo tutti, ha sempre una domanda pronta nel taschino della giacca. Un attimo di silenzio poi una voce perentoria lancia nell’aria due termini: «rabbia e cinismo». Ivan, espressione ironica e un po’ incazzata, rimane serio e immobile, e nessuno ha il coraggio di interrompere i suoi pensieri per fare domande. «La rabbia me la sento addosso da sempre, quella è parte di me, credo. Qui dentro invece sono diventato cinico. Non posso farne a meno: se voglio sopravvivere devo riuscire a mantenere mente, spirito e cuore intatti». Sopravvivere, dice, non vivere. Allora una mano si alza nel silenzio, poi un’altra e un’altra ancora, il ghiaccio si è rotto. «Disillusione e fatica», afferma Alberto, «sopportazione e adattamento» dice Patrizia, «cambiamento ed entusiasmo», propone Alessandro, «vivere e volontà», è Antonio che parla, «volontà di riprendersi la vita in mano e di credere che davvero la fortuna aiuti gli audaci». La meraviglia di sentire espressi così tanti concetti umani, elevati e avvincenti, alimenta la voglia di fare domande, di intervenire, dibattere, coinvolgere e farsi coinvolgere. Sorrisi e ironia diventano i protagonisti di quattro ore di riunione di redazione, in uno scenario che pennella idee di libertà su tele di prigionia. «La libertà la inquadri solo quando sei qui dentro», torna a farsi sentire Alberto, «fi nché vivi là fuori è un concetto troppo effi mero e troppo diffi cile da capire per la mente umana». Forse anche noi ce ne accorgeremo, appena usciti da qui, e ce ne accorgeremo bene proprio perché noi, da qui, possiamo uscire. «Gratitudine e amore», riprende parola Ivan, «questi sono sentimenti di libertà». Una gomitata gentile gli colpisce il fi anco: è Alberto che lo prende in giro quando ha pensieri troppo profondi, come si fa con un compagno di banco un po’ troppo secchione. Ridiamo tutti, l’imbarazzo iniziale è evaso dalle fi nestre. Decidiamo di lanciare un’ultima provocazione: «Il tempo, che valore ha, dentro queste mura?» «Qui il tempo non scorre allo stesso modo di là fuori», afferma un coro di voci, «Qui è come essere in una bolla, la routine ci salva dalla mancanza di avvenimenti. Qui non pensiamo mai a quello che faremo domani, ma a quello che faremo tra mesi, o addirittura anni. Non possiamo illuderci che il tempo trascorra alla stessa velocità del mondo». Ma a che velocità va il mondo? Forse sarebbe questa la domanda da fare là fuori, oltre il fi lo spinato. 

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