Assuefazione digitale. Cosa ti regala un giorno disconnesso? | Il Bullone

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Intervista a Daniela Locangeli professore ordinario di Psicologia dello Sviluppo presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Padova ed esperta in apprendimento.

Di Francesca Bazzoni

Gli smartphone, i tablet e i computer, sono diventati parte integrante della nostra vita e surrogati della memoria personale, un vero e proprio disco esterno dove viene registrata la nostra esperienza quotidiana.

L’uso smodato degli strumenti tecnologici porta in molti casi a una vera a propria dipendenza delle persone, che ormai si manifesta anche nei bambini molto piccoli, seppur l’utilizzo che ne fanno questi ultimi sia differente.

Come si crea questo tipo di dipendenza e che cosa comporta?

«La dipendenza dal digitale è un nuovo fenomeno che si manifesta nei giovani non educati correttamente all’uso di questi strumenti. Particolarmente rilevante è il meccanismo della dipendenza dopaminergica che è il meccanismo della ricompensa, e quindi associato alla gratificazione e al piacere».

Qual è la differenza tra la dipendenza che può instaurare un adulto, che fa un uso consapevole e volontario della tecnologia, rispetto a quello di un bambino o un di infante?

«Guardate cos’è il sistema dopaminergico. Le ricerche ci dicono che nel momento in cui abbiamo bisogno di qualcosa e ne abbiamo molto bisogno, si attiva un circuito detto circuito della ricompensa. Questo dipende da un processo neurofisiologico che ha a che fare con processi fondamentali a livello cerebrale di produzione di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore responsabile della motivazione del comportamento alla ricerca di ricompensa. È necessario ed essenziale al cambiamento neuroplastico per il formarsi delle abitudini. Quando le abitudini si stabilizzano al punto che dipendono da ciò che attiva il circuito di ricompensa, entriamo nel meccanismo di dipendenza. La dipendenza rimane una “patologiagrave sia negli adulti che nei bambini: entrambi non hanno piena consapevolezza della dipendenza e di conseguenza è difficile che in autonomia riescano a intervenire sul loro problema. È necessario sottolineare che la differenza fra la dipendenza di un bambino e quella di un adulto è legata allo sviluppo. Il bambino infatti è nel pieno sviluppo e in un periodo di crescita e formazione sia fisica che intellettiva, quindi associare questa crescita a una dipendenza potrebbe determinare una cronicizzazione della stessa, nel momento in cui non si interviene tempestivamente». 

Lei ha studiato a lungo il rapporto tra cervello e mente e ha approfondito questo fenomeno parlando anche dell’intelligenza emotiva. Tutte le dipendenze hanno una forte componente psicologica: quali sono i rischi principali dell’utilizzo prolungato dei mezzi tecnologici nello sviluppo della personalità?

«La dipendenza comporta diversi effetti negli adulti e negli adolescenti, come ansia e stress relazionale (lo potete osservare nei giovani mentre pranzano assieme); disturbi del sonno (spesso utilizziamo il cellulare prima di dormire e non vi racconto gli effetti della luce blu dello schermo sulle condizioni dei recettori sensoriali e del nostro sistema visivo). Tutto questo si collega alla minore capacità di resistenza alla frustrazione di persistenza alla fatica del compito del giorno dopo (secondo le ricerche scientifiche) e incide tantissimo sull’ansia e sull’umore, tanto da correlarsi fortemente con i comportamenti depressivi. Capite che cosa sta accadendo? Abbiamo adulti che manifestano questo livello di sintomi e problematiche legate alla dipendenza; e questo è già un grande problema. Ne sono un esempio eclatante il cyberbullismo e il fenomeno degli Hikikomori. Poi ci sono adolescenti che sono già fortemente avviati a dipenderne altrettanto. Infine ci sono situazioni educative inconsapevoli dove mamma, papà, gli adulti in generale, dal ristorante al treno, dal parco alla spesa al supermercato, danno lo schermo da “touchare” ai bambini in età precocissima… e il circuito della ricompensa dopaminergica fa ben presto a stabilizzare la necessità di averne sempre di più e in modo costante».

Ci sono a suo avviso anche dei benefici che un bambino piccolo può trarre dall’utilizzo di uno smartphone o di un tablet, ad esempio nell’apprendimento?

«Sì, se guidati consapevolmente e se prodotti con basi scientifiche di potenziamento di funzione. Da un punto di vista educativo potremmo distinguere le app che possono potenziare l’apprendimento in modo meccanico, senza avere un obiettivo didattico definito, e per questo allo stesso tempo non promuovono un più profondo apprendimento legato alla comprensione dei concetti. Altre app, invece più didattiche risultano essere dei semplici fogli di lavoro digitale, o dei giochi senza una definizione del come imparano, o del come i bambini utilizzano le capacità.
Diversamente, altre app di gioco sono in genere combinate con funzionalità interattive e con ​contenuti educativi​ che vengono espressi attraverso il potenziamento della ​memoria​ e della creatività. Insomma tutti, la mia generazione tra le ultime, siamo cresciuti benissimo senza smartphone e ne abbiamo integrato l’utilizzo coscientemente una volta adulti o quasi. Ma prima, non esistendo questi strumenti, non potevamo sentirne la necessità, mentre adesso sono diventati irrinunciabili».

La società è cambiata e si sta rimodellando sui nuovi strumenti a disposizione; come ci si può adattare in maniera positiva a questo cambiamento in relazione alla crescita? Esiste un’età e un modo in cui i genitori dovrebbero far approcciare i piccoli all’utilizzo di questi mezzi?

«Non esiste un età in riferimento all’uso, ma dovremmo attivare un’educazione consapevole all’uso, dove diventiamo tutti responsabili. E poi una riflessione: daremmo una sigaretta o della droga o un alcolico ai nostri figli, sapendo gli effetti induttori? Da questa vostra risposta potete intuire la mia!».

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