Alle due di notte litighiamo per 5g di pasta | Il Bullone

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2018

Eccomi qui, alle due di notte, a discutere per 5 grammi di pasta. In realtà, io ascolto e lei strilla e piange. Ansia, attacchi di panico. Ho imparato frequentando il gruppo di sostegno per genitori  – grazie all’associazione Erika, alla dott.ssa Martini, a tutta l’equipe del professor Corradi, dell’ospedale Niguarda  – ad ascoltare in silenzio, cercando di «contenere» le emozioni distruttive. Dico: «Mi spiace se ti senti male». Ho paura e ripenso al periodo del sondino, ma mi riprendo subito. Ho capito che il peso, l’alimentazione, le ossessioni sono di competenza dei medici. Ho fiducia dell’equipe.

Sono folli i discorsi di mia figlia, diciassettenne, in questo momento: «Guarda il polso… è più grande».

Era una bambina socievole e solare, tanto giudiziosa, tanto responsabile, bravissima a scuola, tanto brava… troppo perfetta. Bisogno di perfezione e controllo. Disturbo egosintonico. Dismorfofobia. Alcune delle parole chiave di questa malattia.

Due anni fa pensavamo: è l’adolescenza. Oggi non vuole vestirsi, domani non vuole andare a scuola, domenica non esce con gli amici. Non mangia. Si isola. Piange. E inesorabilmente passano i giorni, le settimane, i mesi… Ci rendiamo conto che c’è un disagio profondo, ma lo psicologo da solo non basta. La restrizione alimentare riduce le capacità di pensiero, di concentrazione, di collaborazione e di empatia con chiunque.

Lei vuole annullarsi, ridurre il corpo per ridurre la presenza, vuole occupare meno spazio possibile. E per noi genitori è inconcepibile, assurdo.

Io sono sfinita ora.Vorrei andare a letto ma non posso lasciarla sola. L’ultima volta si è graffiata le braccia e la volta precedente ha fatto non so quanti piegamenti e flessioni… tante che il giorno dopo non riusciva ad alzarsi dal letto. Il papà ha ceduto un’ora fa ed è in cucina con la porta chiusa. Cerca di recuperare energie dopo ore di tentativi per deviare i discorsi su argomenti che non fossero cibo/peso. Questo aspetto della dispercezione corporea è il sintomo più resistente dicono i medici.

E tu genitore ti chiedi se sono troppo le aspettative dall’esterno. Noi o forse la scuola, forse le amiche sbagliate. Noi continuamo a chiederci perchè…

2019

Oggi stiamo discutendo per 20 grammi di pasta, in più o in meno. Non urla, non si graffia, non pensa di cedere e non pensa di smettere di alimentarsi autonomamente. È consapevole della sua malattia.

Sì, è vero, piange… «I pantaloni stringono e c’è un brufolo proprio in mezzo alla fronte!»…

«Va be , metto quelli larghi – a palazzo sono di moda –  e un po’ di correttore sul viso»…

«Ciao famiglia, io esco con Aurora…» 

Noi tiriamo un sospiro di sollievo. Non ci chiediamo più di chi è la colpa.

Guardiamo avanti. Ascoltiamo e cerchiamo di evitare atmosfere pesanti. Cerchiamo di essere più comprensivi e rispettosi nei confronti delle difficoltà e paure. Sempre fermi sulla cura. Da un DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) non si guarisce con la sola forza di volontà: bisogna rivolgersi a persone competenti, a una struttura che curi questa malattia così complessa, in modo interdisciplinare.

Non è ancora finita, ma abbiamo imparato a sentire come positivi tutti i piccoli passi che riesce a fare, riconoscendoli e valorizzandoli.

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