Alessandro, ragazzo B.LIVE, ricorda la sua migliore amica Isa

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Di Alessandro Mangogna

Ricordo il caldo soffocante tipico delle estati milanesi, quello del cemento e del pavè del centro storico, una sala d’aspetto dai colori smorti, qualche gioco malridotto e un viso preoccupato, ma allo stesso tempo gentile e accomodante incorniciato da lunghi capelli di una bellissima sfumatura di rosso. 

Salutai per cortesia in modo un po’ scazzato e andai a stendermi sul mio letto: essere nel reparto di chirurgia ortopedica oncologica non è che mi invogliasse molto a socializzare. Tornai a farmi i fatti miei per cercare di dimenticare il prima possibile questo piccolo intoppo ospedaliero. Il giorno dopo si va in sala per la biopsia: prima la ragazza dai capelli rossi, Isabella, e poi io. «Maledetto il giorno che ci siamo conosciuti, Isa», le avrei detto qualche mese più tardi… Se non si fosse ancora capito, le biopsie non andarono per niente bene. Nei giorni successivi venni a sapere che cosa aveva passato solo due anni prima – lunghi cicli di chemioterapia, interventi chirurgici e tanto dolore – e, mentre ascoltavo tutto questo, non riuscivo a capacitarmi del fatto che si parlasse proprio della ragazza nella stanza di fianco alla mia, non riuscivo ad associare quello sguardo dolce ad una storia così dura, perché del tutto incompatibili: come Mike Tyson che prende il tè delle cinque con le amiche. Insomma, rimasi profondamente colpito da quella ragazza e quando ci dimisero, ci scambiammo i contatti Facebook con la promessa che ci saremmo risentiti. Passarono circa tre mesi prima che ci vedessimo fuori dall’ospedale, mesi difficili durante i quali persi i capelli per le terapie e la spensieratezza di ventitreenne. Nonostante l’affetto dei cari sentivo che mi mancava qualcosa, o meglio, qualcuno che capisse il caos che avevo in testa e non appena iniziai a parlare con Isa, capii di averlo trovato. Fu una vera e propria boccata di ossigeno poter parlare di cure senza sentire dall’altra parte quell’ombra di compassione, ma piuttosto di empatia: per la prima volta mi sentii libero di ridere anche parlando di chemio.

Da quel giorno iniziammo a vederci sempre più spesso e a parlare meno di malattia, non che i problemi di salute fossero scomparsi, ma semplicemente non dovevano prevalere su tutto ciò che arricchisce le amicizie di cuore. Iniziarono le cene con la famiglia di Isa a casa di suo cugino Stefano, rigorosamente a base di carne perché mia mamma aveva smesso di cucinarla a casa: che goduria! Alternativamente o io o Isa eravamo calvi e ogni volta che ci si rasava spuntava una parrucca trash, ma capelli o no, quelle cene erano dei momenti magici per tutti e tornavo sempre a casa con le mascelle bloccate dal troppo ridere.

Ci furono le TAC importanti che casualmente capitavano sia per me che per Isa nello stesso giorno. Usciti dalla radiologia ci trovavamo per scacciare l’ansia, sicuri che indipendentemente dall’esito, l’uno ci sarebbe stato per l’altro. In poco più di due anni abbiamo condiviso emozioni e batoste fortissime rialzandoci sempre insieme, io ci mettevo la gamba sinistra e lei la destra, dato che le altre due erano difettose. Mi viene in mente un episodio in particolare. Era un’uggiosa giornata di febbraio e io ero ricoverato per una terapia piuttosto lunga. Il tempo di fare colazione e arrivano gli infermieri con il farmaco che odiavo di più. Avevano appena attaccato la pompa quando ricevo un messaggio terribile: una mia amica che avevo conosciuto in ospedale a Firenze era venuta a mancare. Esprimere a parole cosa provai in quel momento sarebbe inevitabilmente riduttivo, ma tra lacrime e nausea, qualche minuto dopo entra nella stanza Isa che mi abbraccia forte e mi dice di non disperare, ma di combattere con ancora più grinta: smisi di piangere.

Di Isa mi ricordo le gare in stampelle, la risata fragorosa e gli abbracci che profumavano di panni stesi al sole. Ricordo i gelati al pistacchio mangiati direttamente dalla vaschetta, le partite a scopone con la nonna – mai vinto -, gli interventi chirurgici fatti alle banane – tutte salve -, le ripetizioni di matematica, i pettegolezzi, i saluti da regina quando saliva a casa col montascale, il concerto dei Coldplay a San Siro, l’aperitivo in un rooftop milanese subito dopo la sua amputazione e la mia chemio, i suoi occhi buoni, ma allo stesso tempo estremamente vispi. Isa mi ha sempre dato più di quello che potessi aspettarmi da un’amica, anche quando la sua salute si è aggravata drasticamente: io in quel periodo ero in Olanda per i miei ultimi esami universitari e Isa proibì a tutti di dirmi qualsiasi cosa fino a che non avessi finito gli esami. Ho salutato Isa un’ultima volta restituendole la parrucca più brutta che mi avesse regalato e portandole una nostra foto con la bocca a papera. Scrivere della nostra amicizia mi è estremamente difficile, perché temo di cadere nell’autocommiserazione e nella storia strappalacrime stile fiction, quando il nostro rapporto era tutto il contrario. Se sono qui a raccontare di me e Isa è per gridare a tutti che da soli non ce la si fa, abbiamo bisogno di rapporti umani, anche se si stringono in un reparto di oncologia, quando sai che non sempre si guarisce, che uno dei due potrà lasciare l’altro, ma che nonostante questo ne vale sempre la pena.

Ho il cuore colmo di ricordi bellissimi di questa amicizia che mi ha arricchito e aiutato sotto tantissimi punti di vista. La malattia aveva tolto ogni tipo di filtro tra noi ed era sempre un imparare l’uno dall’altra, nonostante la differenza di età. Da Isa ho imparato che coraggio e tenacia non hanno bisogno di essere ostentati, che si può essere un leone anche con la dolcezza di un cucciolo, e a non sfogare le mie frustrazioni sugli altri come se fossero le più terribili, perché nessuno vince un trofeo per il «problema più problematico» , quindi il rispetto e il tatto. Spero di essere riuscito a darti anche un briciolo di tutto quello che mi hai lasciato.

Ti voglio bene amica mia.

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