Alessandro Manzoni e la sua Milano | Il Bullone

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Di Livia Borghi

È così facile innamorarsi di Milano… forse capita a tutti noi milanesi di camminare per la città, vedere il cielo incastrato tra i tetti dei palazzi, tra finestre aperte, negli occhi di chi è sempre di fretta e pensare che nessuno potrebbe essere più innamorato di così. In uno di quei momenti sto camminando su un marciapiede in via Visconti di Modrone e poso lo sguardo su una casa gialla. Che strano… passo spesso da queste parti ma non l’avevo mai vista. Controllo il nome della via sulla parete e mi stupisco: è cambiato! C’è scritto «Contrada San Damiano» e, quando, sbalordita, scruto la villa gialla al n°20, mi accorgo che davanti al portone aperto c’è un volto inverosimilmente noto. Mi stropiccio gli occhi e mi avvicino: senza alcun dubbio l’uomo che mi sta fissando con simpatia è lo stesso che è stato dipinto da Hayez, lo stesso che è onnipresente nei libri di antologia… si tratta di Alessandro Manzoni! Mentre penso che il caldo mi abbia dato alla testa, ma una folata di vento mi ricorda che questo freddo aprile non lascia spazio a simili giustificazioni, lui mi fa un cenno con la mano di avvicinarmi. A bocca aperta balbetto: «Ma-maestro?», lui ridacchia. «Qui, dove sono nato io, mi chiamano tutti Don Lisander. Chiudi quella bocca… ti porto a fare un giro». Mi rivolge un sorriso malinconico mentre mi racconta che nel 1785, anno della sua nascita, non avremmo potuto camminare dove stiamo poggiando i piedi: questa via faceva parte dei Navigli, ai lati c’erano delle aiuole con fiori colorati e ogni tanto si potevano scorgere dei pesci nuotare tra le rive delle fresche vene di Milano.

«Era tutto diverso», afferma, «ma oggi sono qui con te per dimostrarti che le verità non cambiano».

Stiamo per entrare nel trambusto di piazza San Babila, quando il Maestro, allarmatissimo, mi ricorda che è agorafobico e tutte quelle persone lo terrorizzano…

Illustrazione di Antonio Monteverdi

Insiste per passare da alcune stradine laterali e mentre incede affrettandosi in direzione del Duomo, per un attimo tutto è diverso, giusto per un battito di ciglia: i colori, i muri, gli odori, sento il rumore di una carrozza in lontananza e quasi non riconosco più le strade. Ma tutto questo dura solo un istante in seguito al quale mi ritrovo a pensare che non potrei desiderare una guida migliore dell’uomo più patriottico e innamorato di Milano della letteratura. Arriviamo in piazza Duomo, il Maestro fa un passo indietro dopo aver visto un gruppo di turisti giapponesi, insicuro. Per tranquillizzarlo gli domando: «Senatore, potremmo fare un gioco che ho sempre fatto, sin da quando ero una bambina: guardi tutte queste persone che corrono camminano lente, saltellano in questa piazza sempiterna. Dove vanno? Cosa fanno? Non la affascina, invece di spaventarla?». Lui si sistema il doppio petto, se lo liscia con la mano destra e osserva: «Ognuno ha la sua storia, lo so bene. Quando scrivo non vorrei tralasciare neanche un dettaglio della vita delle persone che descrivo. È la storia, nostra e del nostro popolo, che ci rende quello che siamo, sta a noi però decidere se agire nel male o nel bene». Fissiamo gli sguardi, i movimenti delle persone che passano. E tutti sembrano rimandare a personaggi descritti da uno degli autori più importanti di tutti i tempi: negli occhi di uno si ha «la rivelazione istantanea di un odio inveterato e compresso», (come Gertrude, la celebre Monaca di Monza); nell’altro l’energia di un giovane ignaro, come Renzo; c’è chi appare pettegola come Agnese, la madre di Lucia ne «I Promessi Sposi» e mentre camminiamo verso Brera e continuiamo a discutere di come alcuni comportamenti umani siamo immutabili nel tempo (forse è quasi una predestinazione), alla visione della Scala il Maestro si arresta e si commuove. Da bambino, prima di essere mandato da sua madre in collegio, era solito giocare qui, in uno dei luoghi che emana Arte da ogni angolazione. E quante sere a discutere, in questa piazza, con Vincenzo Cuoco o il Lomonaco, di morte, di Patria, di storia e di virtù. Mi sento piccola. Sparire, quasi. Ma poi, proseguendo verso la pinacoteca di Brera, «Don Lisander» mi ricorda cos’è per lui l’arte e perché dovrei sentirmi nel modo opposto. «L’arte», mi guarda fisso negli occhi, «serve a ELEVARCI, a educarci!», esclama, «ricordalo sempre: l’arte è cultura ed è un’ARMA per incidere sulla realtà» e avrebbe continuato ad affascinarmi con queste parole se non avesse intravisto, al centro del palazzo di Brera, la statua di Napoleone Bonaparte. Si mette una mano al petto, sul cuore, e solennemente mi confida che ricordare la caduta, la morte solitaria di un uomo così grande, ogni volta lo rende esterrefatto. «La grandezza di un uomo merita sempre rispetto. In pochi lo capirono quando scrissi della sua morte». A quel punto eravamo giunti in via Morone, davanti alla casa dove Don Lisander aveva vissuto, e che è rimasta uguale a com’era. A quel punto mi prese la mano, mi guardò sereno e disse: «Ti rivelerò un segreto: c’è un modo semplicissimo per sconfiggere la morte. Quel momento terribile in cui si diventa passato è solo l’inizio della vita del ricordo. Se quello che abbiamo seminato è stato buono, metterà frutto. Milano cambia, ma ricorda e i ricordi ogni volta fanno il miracolo di far rivivere le persone, proprio come adesso». Poi mi lasciò la mano e si incamminò verso il giardino interno, scomparendo fra le ombre degli alberi.

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