AIDS, giù la maschera. Test per tutti e prevenzione

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Di Ada Andrea Baldovin

Freddie Mercury, Rock Hudson, Brad Davis: sono molte le celebrità che hanno perso la vita a causa dell’AIDS. Ultimamente è circolata la notizia che anche il famoso attore Charlie Sheen sia sieropositivo da quattro anni e che, a causa di continui ricatti, sia stato costretto a dover ammettere pubblicamente il suo stato di salute. Perché arrivare addirittura al ricatto? In fondo si parla di una malattia che riguarda milioni di persone al mondo. Perché avere così paura di esternare la verità? Forse c’è qualcosa di più sotto…

Il silenzio. Come la calma dopo una tempesta: quando si sente ancora l’eco di quel che è stato, ma senza che ve ne sia traccia. Questa sigla «AIDS» si porta dietro esattamente questo.

Fino a vent’anni fa era ritenuta una condanna a morte, e tra giornali, televisioni e radio sembrava ci fosse una gara a chi contava più vittime. Alcuni benpensanti la vedevano come una manna per estirpare l’erba cattiva dalla società, perché colpiva (si pensava) gente che in fondo se l’era andata a cercare, o che comunque non avrebbe dato alcun contributo al mondo: tossicodipendenti, prostitute, omosessuali o, anche semplificando, coloro che vivevano una vita «sesso, droga e rock n’roll». Non era del tutto sbagliato! In fondo erano davvero le categorie più a rischio, ma d’altronde questo tipo di generalizzazione è stato un fenomeno dei fantastici e ingenui anni Ottanta. Sono anche da tenere in conto quelle migliaia di persone che furono invece contagiate, sempre in quel periodo, a causa della malasanità: ricordate lo scandalo delle trasfusioni fatte con sangue infetto non controllato e attrezzature mediche non sterilizzate?

Oggi questo polverone sembra essersi dissolto, nessuno ne parla più, come se il problema non fosse mai esistito. Di fatto però i contagi non sono affatto finiti e i giovani rimangono le categorie più a rischio. A questo punto c’è da chiedersi quindi perché non se ne parli. Da sempre una cappa ricopre l’argomento HIV che ancora adesso non viene recepito come un «normale» virus a trasmissione sessuale (come la sifilide o il papilloma virus), ma come una vera e propria malattia della società, legata ancora agli stereotipi e ai pregiudizi, entrambi frutti della malinformazione.

Secondo un recente sondaggio infatti, l’85 per cento dei giovani tra i 16 e i 25 anni teme la sigla «HIV» senza però conoscerne il significato, nè tanto meno le conseguenze. Questo a dimostrazione di quanto un acronimo possa diventare più grande del suo stesso contenuto.

La paura di ciò che non si conosce è alla base della vita di ogni individuo, ecco perché per sfatare certi miti legati all’immaginario comune, esistono delle iniziative volte ad aumentare la consapevolezza dell’infezione e per educare a una corretta prevenzione. Il 100 per cento dei giovani intervistati ha infatti assistito ad almeno una di queste «lezioni» che vengono presentate generalmente nelle scuole medie e superiori, dato che il modo migliore per combattere l’epidemia (che continua ad espandersi), è iniziare presto a divulgare una corretta informazione sulle modalità di contagio e sulla prevenzione. Ad oggi, di fatto, è impossibile distinguere una persona sana da una infetta (come invece lo era in passato); pertanto chiunque intorno a noi potrebbe essere sieropositivo e nessuno lo saprebbe. Basterebbe pensare a questo per abbattere molti pregiudizi e per essere più consapevoli riguardo alle protezioni necessarie. Sono infatti tre le modalità di contagio: attraverso il contatto diretto con il sangue infetto e una ferita aperta che funge da porta per l’entrata del virus nell’organismo; tramite rapporti sessuali non protetti con un partner infetto, e quella oggi molto meno frequente trasmessa dalla madre infetta al feto, durante il periodo della gestazione.

L’HIV non si trasmette con la saliva o altri liquidi corporei, nè tantomeno con un semplice contatto fisico. Ciò non significa che sia impossibile contagiarsi, ma nemmeno che si debba temere per la propria incolumità in ogni situazione. Esistono delle circostanze dove però determinate precauzioni sono indispensabili. Da un punto di vista legale infatti, chi è affetto da questo virus, è obbligato a mettere a conoscenza in maniera preventiva il proprio partner nel momento in cui vi sia una possibilità di trasmissione; d’altra parte il virus ha dei tempi lunghi di gestazione prima di causare sintomi, quindi può passare molto prima di accorgersene. In merito a questo è consigliabile effettuare periodicamente il test (gratuito e veloce). Attualmente l’AIDS (che distrugge il sistema immunitario), sembra essere del tutto debellata nel mondo occidentale e la percentuale delle vittime è prossima allo zero. Sfortunatamente però il contagiato ne rimane affetto per sempre, e dal momento che la realtà di un vaccino è ancora lontana, l’unico modo per non aggravare la situazione è quello di seguire severe terapie.

Ormai il virus non colpisce più solo tossicodipendenti, omosessuali e prostitute, ma ne può essere colpito anche il vostro vicino di casa senza che voi lo sappiate; quindi tiriamo giù la maschera! L’HIV non è più una malattia debilitante a livello fisico (nonostante i suoi effetti sulla salute), ma lo è ancora a livello sociale. Riguardo a questo oggi ci sono oltre venti Paesi nel mondo che vietano l’ingresso alle persone sieropositive, o che applicano forti restrizioni anche per brevi soggiorni (sotto i tre mesi). Questo perché i soggetti portatori potrebbero essere una minaccia per la nazione ospitante. La potenza del tempo sta abbattendo lentamente le barriere del pregiudizio, e in parte quelle della malinformazione. Il virus dell’HIV rimane per sempre, ma basta poco per evitarlo.

Proteggiamo noi stessi e gli altri con un semplice gesto: il preservativo può salvare la vita. «Use condoms, save your life» Liz Taylor (Freddie Mercury Tribute).

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