Ada e Attila, nati lo stesso giorno, mese e anno. E sempre in classe insieme

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Di Ada Andrea Baldovin

Era destino che ci saremmo dovuti insultare per sempre. Chi ha mai detto che se si è figli unici non si possano avere fratelli o sorelle? «Quando è nato tuo figlio?»

«Il 25 gennaio. La tua?»

«Anche la mia, che coincidenza!»

Ecco, questa è stata la conversazione che ha messo fine una volta per tutte alla pace nel mondo. Conobbi Attila il primo giorno di scuola materna, alla veneranda età di tre anni. Da allora nessuno dei due è riuscito più a liberarsi dell’altro. Nati lo stesso giorno, lo stesso mese e lo stesso anno, lui in Romania e io a Milano (è solo grazie a questo che siamo sicuri di non essere gemelli). Dopo l’asilo, trascorso a lanciarci addosso macchinine, sabbia e quant’altro, abbiamo iniziato le elementari. Ricordo ancora con esattezza il dialogo che ho avuto con mia madre qualche giorno prima della mia entrata a scuola: «Amore lo sai chi ci sarà in classe con te adesso?»

«Boh, non lo so…»

«Qualcuno che ti è tanto amico…»

«Chi la Serena? la Giulia? la Sara?»

«No! – sghignazza – Attila!»

Ecco. Era ovvio! Chi altri… Sono ancora leggendarie le partite che facevamo a Yu-Gi- Oh e le nostre battaglie con i Pokemon. Ci sono ricordi che non se ne andranno mai, come quando Atti imitava gli Jedi di Star Wars, compreso il suono delle loro spade laser  – swiiin, swiiin – , o le peggio sparatorie con le nostre pistole giocattolo comprate insieme in un parco a tema Western. Ricordo, quando ero piccola, di quanto fossi invidiosa della sua camera piena di giochi di ogni genere: adoravo le sue costruzioni della Playmobil, il veliero, il castello. Ci giocavamo per ore inventandoci storie gloriose degne di un film di Spielberg. Alle elementari e all’asilo i compleanni si festeggiano anche in classe il più delle volte, si portano torte e bevande e si passa un’oretta tutti insieme. Naturalmente in questi casi non ho mai spento le candeline da sola!

Passati i cinque anni delle elementari, è iniziato il «periodo buio» della nostra storia: le medie. Durante quegli anni lui è andato dai Salesiani mentre io alla scuola pubblica e ci siamo persi di vista. Si sa, a quell’età il mondo fa schifo, tu fai schifo! Il tuo corpo cambia, spuntano i brufoli e hai attacchi di isteria ogni venti minuti.

In quel periodo ci vedevamo qualche volta in giro o all’oratorio, ma sembrava essersi spenta quella fase di gioco e di amicizia che c’era tra di noi. Per fortuna tre anni dopo si ripeté esattamente lo stesso dialogo che ci fu tra me e mia madre ai tempi della prima elementare.

Quante probabilità al mondo ci potevano essere che due ragazzi nati lo stesso giorno, lo stesso mese, lo stesso anno, che hanno fatto l’asilo insieme nella stessa classe, le elementari insieme nella stessa classe, finissero per scegliere lo stesso indirizzo alle superiori, scegliere la stessa scuola e finire nella stessa classe!?

Naturalmente però alle superiori si acquisisce un’altra mentalità, più adulta, più responsabile e la capacità di linguaggio sale di livello, ecco perché quindi passammo da tirarci oggetti a tirarci insulti.

Dalla terza in poi il ritornello dei professori in classe era: «Quei due bisogna separarli. Fanno troppo casino!» e puntualmente noi trovavamo tutti i modi per rimetterci in banco assieme. Gli ultimi anni sono stati i più belli per la nostra amicizia: lui che mi distrae durante matematica, io che lo picchio perché ho perso il passaggio che mi avrebbe permesso di prendere la sufficienza alla verifica, lui che mi prende in giro su Snapchat, io che lo picchio per aver stroncato la mia dignità su internet, noi che nei momenti di silenzio in classe ci richiamavamo all’attenzione con epiteti stravaganti e poco convenzionali, e i professori che in tutto questo non sapevano più come fare. Ce ne siamo date di santa ragione in 17 anni di conoscenza e ci sarebbero molti episodi memorabili che temo di non poter esternare in un articolo di giornale.

Tra trent’anni ripensandoci, ancora mi farà arrabbiare il pensiero di Atti che in classe gioca instancabilmente con l’iPod e che una volta arrivato a casa mi chiama impanicato per sapere i compiti che ci avevano dato. Poi però ripenso a quando studiavamo insieme, di come la storia della «Reconquista» si è trasformata in un teatrino nella sua cucina, o di quando non studiava e arrivava il momento dell’interrogazione e disperato mi veniva incontro chiedendomi: «Dai Ada mi spieghi questo? Mi interroghi?» Con Atti ho fatto alcuni dei miei peggiori scivoloni, e da buon amici ci siamo fatti le ramanzine quando sbagliavamo. Abbiamo vissuto momenti di amicizia indimenticabili, come quando fuori da scuola, sapendo che io ero in bici, lui si sedeva sul sellino e mi portava dietro fino a casa sua perché era troppo pigro per farsela a piedi. E momenti intensi come nel suo salotto, quando gli rivelai il mio problema e lui si mise a piangere. Fu un momento forte, non l’avevo mai visto in quel modo. Quando gli assicurai che stavo bene mi abbracciò forte, e mi disse un semplice «ti voglio bene». Paradossalmente pur essendo la persona che da più tempo mi conosce dopo i miei genitori, è stata l’ultima con cui mi sono confidata. Forse avevo troppa paura di perderlo.

Insieme ci siamo ubriacati e abbiamo dato spettacolo ballando «Bang Bang-My Baby Shut Me Down», ci siamo tirati su il morale a vicenda quando eravamo giù per questioni di cuore, ci siamo difesi l’un l’altro a spada tratta durante ogni discussione e a vent’anni riusciamo ancora a dimostrarci amore insultandoci a vicenda. Durante una festa di compleanno a cui entrambi eravamo stati invitati, abbiamo finto di essere gemelli inventandoci una balla dopo l’altra. Incredibilmente ci sono cascati tutti, e solo a fine serata abbiamo svelato l’inganno. L’esperimento ci piacque talmente che lo riprovammo durante la festa di compleanno di Attila davanti a tutti i suo compagni di teatro. Atti inventò su di noi (e in particolare su di me) una storia talmente tragica che alla fine non riuscii più a trattenermi.

Ho conosciuto Attila il primo giorno d’asilo e ancora oggi, esattamente alla mezzanotte del 25 di gennaio, ci sentiamo e ci facciamo gli auguri. Non importa dove siamo e che cosa stiamo facendo: quel momento è dedicato a noi. Come quando per il nostro diciottesimo lui era negli Stati Uniti, in Minnesota e ci chiamammo con Skype. A Natale entrammo in un negozio di giocattoli e io mi innamorai di una pantera della Trudi. Un mese dopo al nostro compleanno me la ritrovai incartata davanti. Fu il regalo più bello e inaspettato che potessi ricevere. Io sono figlia unica, ma Attila per me è un fratello a tutti gli effetti! Un giorno per strada ci promettemmo che non ci saremmo mai persi di vista e che avremmo fatto da testimoni l’uno al matrimonio dell’altro.

Ora io vado all’università e lui partirà per almeno sei mesi come animatore turistico, ma non abbiamo alcuna paura… esiste Skype, tanto! Nel frattempo ci godiamo queste settimane insieme facendo attività culturali molto stimolanti come andare a vedere «Alla ricerca di Dory». Ti voglio bene Atti, fratellino mio!

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