“A un metro da te” – il film che insegna l’amore oltre la malattia | Il Bullone

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Di Alessia Mantonico, Riccardo Schiavi, Oriana Gullone

Parliamo di «A un metro da te» con Riccardo, lo proponiamo in riunione, si può preparare il pezzo con Alessia, malata di Fibrosi Cistica come i protagonisti del film. 

Un regalo gigantesco: scoprire l’aspetto più «tecnico» della malattia, riflettere sulle differenze col sistema americano (Po, uno dei protagonisti, serve forse a raccontare proprio quelle «differenze di classe»), ridere insieme di facce gonfie, effetti collaterali e di quanto le proprietà curative del flirt siano sottovalutate, senza paura di affogare in temi troppo pesanti, o troppo leggeri.

Ci siamo divertiti «fino all’ultimo respiro», come dice Ale. E Justin Baldoni, il regista, diventerà presto un preferito di B.LIVE.

Alessia Mantonico

Tanti pensano che quando una storia la vivi in prima persona, sia tutto più semplice. Ma non è stato così per me, non perché il film fosse poco interessante, troppo «romanzato», o poco attendibile, ma per il semplice fatto che sono malata di Fibrosi Cistica.

«A un metro da te» è un’apertura verso una malattia poco conosciuta in Italia, a volta invisibile agli occhi. Noi malati sappiamo bene che c’è, e quanto sia difficile vivere una malattia genetica rara e terminale.

«A un metro da te» mette in evidenza tutte le sue sfaccettature.Verità, amore, coraggio, perdita e inizio. Si concentra soprattutto sul «contatto fisico». Potreste pensare: «Beh cosa sarà mai?». E invece è proprio lì che si sbaglia. Noi malati di Fibrosi Cistica non possiamo toccarci né stare vicini. Le regole sono tassative: due metri di distanza, mascherina sempre attaccata in faccia, non tossire sull’altra persona.

Questo contatto fisico avviene tra Stella e Will. Seppur così diversi, piano piano imparano molto l’una dall’altro. Stella, meticolosa nelle cure e maniaca del controllo, in attesa del trapianto, racconta sul suo canale YouTube le sue giornate in ospedale e la vita con la malattia.

Will è il contrario. Uno spirito libero con una visione opposta della vita. Ha la B. cepacia, uno dei germi più difficili da debellare, e dalla lista trapianto è stato rimosso. La sua vita potenzialmente è più corta di quella di Stella. Sappiamo che gli opposti si attraggono, in più l’obbligo della distanza di sicurezza ne fa due nuovi Giulietta e Romeo.

Riccardo Schiavi

Ho pianto. Ho pianto tanto. Ed io non piango per i film.Soprattutto per i film «romantici».

Sono andato a vedere «A un metro da te» con alcune amiche. Non ne avevo sentito parlare, era appena uscito. «È un film romantico, non ti piacerà». Poi è iniziato. «È la storia di Claire».

«Claire chi?».

«La youtuber che raccontava al mondo la sua vita con la FC».

«La?…».

«La Fibrosi Cistica».

Un mix di sensazioni che non riesco a descrivere, storie conosciute si sono mescolate con quelle che penso siano le mie paure ataviche. Penso. Non ho ancora avuto il coraggio di andare ad esaminarle a fondo. Non sono un critico cinematografico. Non sono nemmeno un grande cinefilo ma questo film è riuscito a toccare le corde giuste. Almeno le mie.

E mentre buona parte del pubblico non aveva ancora capito il senso di una storia d’amore impossibile in un ospedale, io mi scioglievo.

Non è un documentario sulla Fibrosi Cistica.Non è un film romantico da coperta, fazzoletti e patatine.

È un film intimo, che può aiutare a capire meglio il mondo visto da un’altra prospettiva. Così diverso, ma allo stesso tempo così simile a quella che pensiamo sia la normalità. Ammesso che esista ancora.

Immagine tratta da film “A un metro da te”

Oriana Gullone

Sulla panchina di un parco su viale Montenero, aggiorno gli orari di assunzione delle pastiglie: sembro Stella coi suoi schemi. Sulla panchina dietro di me, due innamorati aggrovigliatissimi, come Will e Stella non potranno mai. A fianco a me una ragazza dipinge, concentrata come Will coi fumetti. Vedo Will e Stella ovunque, è difficile scrivere lucidamente di «A un metro da te».

Il dover star bene per gli altri, quando imploderesti e basta. La speranza negli occhi di papà e mamma nel farmaco sperimentale, che cercano la stessa speranza nei miei, il senso di colpa di non sentire lo stesso entusiasmo. Il bisogno di sfogo senza filtri, la voglia di leggerezza, la necessità di ridere anche, e di più, nella paura. La cosciente ribellione alle regole, per sfinimento e voglia di vivere. La ricerca di una familiare ritualità, normalità…

Non ho la fibrosi cistica, ma di miastenia si moriva, anni fa. Sono solo nata in un’era fortunata. 

Scazzata come Will, da quando sono in sperimentazione, di più. Vorrei una valvola di sfogo efficace come i suoi fumetti. Maniaca del controllo come Stella, anche se negli anni di «stecche da biliardo» (andate a vedere il film se non volete spoiler…) me ne sono inventata parecchie. Invidio entrambi, perché ho provato anch’io il romanticismo da ospedale, ma non è finito con la stessa delicatezza. Ho la voglia di felicità per me e per gli altri, e la cura, di Po e di Barb… 

Difficile scriverne lucidamente. Difficile e bellissimo.

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