A passeggio con Giuseppe Verdi nella sua Milano | Il Bullone

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Illustrazione in evidenza di Antonio Monteverdi

Di Martina Dimastromatteo

Passeggio per Milano sotto la pioggia. Solitamente quando c’è questo tempo, da brava meteoropatica, non ho mai voglia di uscire. In questi giorni, però, c’è un evento che vince il malumore e fa affrontare il clima invernale di metà maggio. Questo weekend, infatti, c’è Piano City Milano, un festival musicale diffuso, che porta centinaia di concerti gratuiti in ogni angolo della città. Arrivo in Piazza Buonarroti ed eccola lì, fiera, al centro: la statua di Giuseppe Verdi. Chissà come si sarebbe divertito in questo fine settimana, penso. Alla sua destra c’è uno dei luoghi che tutti i milanesi conoscono: la Casa di riposo dei Musicisti, voluta proprio da Verdi, tant’è che tutti la chiamano «Casa Verdi».

Sono sempre stata incuriosita dalla vita dei suoi ospiti, dalle loro storie… «Facciamo due passi?». Mi volto di scatto verso il basamento bronzeo e… e lui non c’è! «Signorina, si sente bene? Le va di fare due passi?». Ok, Martina, respira, va tutto bene. Giuseppe Verdi è in carne ed ossa, di fronte a te. È tutto vero. Raccolgo la mascella, mi ricompongo e, con fare incredulo, rispondo: «Certamente, Maestro. Andiamo». «Vede? Questa è l’opera mia più bella. Ho deciso di farla costruire intorno al 1895, quando ho affidato i lavori a Camillo Boito, il fratello di Arrigo con il quale si è creato un legame di odio e amore, trasformatosi poi – negli ultimi anni della mia carriera – in un sodalizio. Volevo che i miei colleghi meno fortunati avessero un luogo dove sentirsi a casa, miei ospiti. Ora però mi segua, la porto a scoprire altri luoghi della città a cui sono legato». Sono ancora un po’ stupita, ma lo assecondo.

Scendiamo insieme la scalinata della metropolitana. Linea rossa, direzione San Babila. Camminiamo per le vie del centro e lo vedo proprio a suo agio, sorridente, sotto quei baffi bianchi. Osserva i palazzi, sguardo alto, curioso. «Ecco, fermiamoci qui». Altro luogo storico di Milano: la Pasticceria Cova – un tempo Caffè Cova – situato in un’altra via del centro. «Venivo qui con alcuni librettisti, pochi amici selezionati e, soprattutto, con Arrigo Boito. Con lui ho composto un trittico trionfale: prima il Simon Boccanegra, poi l’Otello e il Falstaff. Ci accomodavamo qui, in uno dei salotti privati, e conversavamo in mezzo a cotanta eleganza». Dopo aver gustato un caffè, proseguiamo per l’attuale Via Manzoni, che un tempo si chiamava «La corsia del Giardino». Agli inizi dell’Ottocento, questa era una delle vie più eleganti della città.

Si ritrovava qui la Milano di un certo spessore: arrivava su splendide carrozze, con cavalli strigliati e bardati. Le signore sfoggiavano gioielli e vestiti all’ultima moda e si ritrovavano per guardare le vetrine dei negozi. Gli uomini, invece, si avviavano in uno dei tanti caffè dove parlavano per tutta la giornata di arte, letteratura e, ovviamente, di politica. A circa metà della via, si trovava la Chiesa di Santa Maria del Giardino, oggi demolita. Ai tempi era stata prima sconsacrata e poi adibita a deposito per le carrozze. «Quante volte sono passato di qui per dirigermi a Teatro o per tornare in albergo. Ho così tanti ricordi legati a queste strade… Rammento quella volta che ero di passaggio, insieme a Giuseppina (Maria Clelia Giuseppa Strepponi, detta Giuseppina, è stata un soprano italiano, seconda moglie di Giuseppe Verdi, ndr). Eravamo in viaggio verso Montecatini, ma ci fermammo al Teatro Manzoni, per assistere a una rappresentazione di Goldoni: la Pamela Nubile. In scena c’era la splendida Eleonora Duse, molto amica di Arrigo. È in quell’occasione che nacque il progetto per il Falstaff». Sempre in Via Manzoni, sul marciapiede opposto, troviamo un altro luogo verdiano, che fu la sua casa per qualche tempo: il Grand Hotel et de Milan. «Era un albergo davvero prestigioso, al passo coi tempi. Ricordo che la pubblicità allora lo descriveva come “appositamente costruito e mobiliato secondo i bisogni e i comodi richiesti dal progresso dell’epoca”. Ho alloggiato qui dal 1872, nell’appartamento 105.

Era uno spazio molto luminoso, arredato con mobili e tessuti eleganti. Al centro della stanza si trovavano il pianoforte, un tavolo da studio e un piccolo divano. Chissà se è rimasto tutto come allora…». Proseguiamo la nostra passeggiata e sento che il suo passo si fa più irrequieto, come se la meta lo agitasse. E non fatico ad immaginare il perché… ci stiamo dirigendo al Teatro alla Scala, senza ombra di dubbio. Qui videro la prima rappresentazione sette delle sue opere ed altre cinque, dopo aver subito alcune revisioni, affrontarono un secondo debutto sul palco più importante di Milano: in ordine cronologico, Oberto conte di San Bonifacio, Un giorno di regno, Nabucco, I Lombardi alla Prima Crociata, Giovanna d’Arco, La forza del destino, Aida, Macbeth, Simon Boccanegra, Don Carlos, Otello e, infine, Falstaff. «Venga, sediamoci qui». Siamo in Piazza della Scala, sulla panchina più frontale al Teatro. Lo ammiriamo, con gli occhi illuminati, in silenzio. Il Maestro non lo sa, ma anch’io ho avuto il grande onore di passare qualche mese in quello stesso teatro. I turisti e il trambusto intorno sono resi sordi dai nostri ricordi. Con lo sguardo fisso sulla facciata, mi dice: «Le ho già parlato di Arrigo… a lui devo il mio ritorno alla Scala. Lavorare con Boito mi ha permesso di ragionare sulla mia carriera. Quando ci siamo conosciuti, nel 1862, erano dieci anni che non consegnavo nulla di nuovo al mio editore, Giulio Ricordi.

Fu proprio lui a proporci di lavorare insieme, e fece la scelta vincente. Dopo aver revisionato insieme il Simon Boccanegra, iniziammo a lavorare all’Otello. Curai l’orchestrazione con meticolosità maniacale, per un intero anno. Ricordo come se fosse ieri il giorno della prima. Era il 5 febbraio 1887. Questa piazza si era riempita fin dalle prime ore del mattino. Per strada c’erano decine di organetti che suonavano le mie arie più famose. Fu un successo: io ed Arrigo fummo chiamati più di venti volte alla ribalta. Al termine dello spettacolo la mia carrozza venne trainata dalla folla fino al Grand Hotel. Sentii gridare “Viva Verdi!” fino all’alba. Se ci ripenso ho i brividi». Mi sembra di sentirla tutta quella gente. Mi giro estasiata verso di lui, ma… non c’è più. Mi chiedo se sia stato tutto un sogno. Nel frattempo la pioggia continua, incessante, ma il mio cuore è così pieno di immagini festanti, che quasi non la sento. Proseguo verso la Palazzina Liberty per il prossimo concerto e la porto con me, Maestro.

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