16 anni, sieropositiva | Il Bullone

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«Non sapevo cosa fosse l’HIV»

Abbiamo letto su Repubblica questo articolo che ci ha colpito tantissimo.

Al suo fianco una psicologa. La porta sigillata, niente deve uscire all’esterno. È una storia che vuole raccontare protetta da quattro mura bianche e una scrivania, dove a volte si appoggia, guardando il suo interlocutore negli occhi. Ci vuole un filo di voce per tornare indietro e togliere dalla mente l’attimo in cui all’ospedale le dissero: «Hai il virus dell’Hiv». Ci pensa e poi ci pensa di nuovo, fino a rompere l’imbarazzo con un: «Io non sapevo neanche cosa fosse questo virus dell’Hiv, mi è piombato tutto addosso».

Sedici anni e mezzo e una data fissata nel calendario: quella in cui lei sarebbe dovuta andare in un centro specializzato per effettuare un’operazione. La data slitta di tre mesi, nel frattempo una complicazione rischia di ucciderla. Viene ricoverata d’urgenza e preparata per l’intervento tempestivo che le salverà la vita. Ma prima di entrare in sala operatoria, la dottoressa procede con le analisi, obbligatorie in queste casi. Ed è dagli esami che si scopre che ha contratto il virus dell’Hiv.
L’Aids torna a crescere tra gli adolescenti: e se sei minorenne fare il test diventa un calvario.

Il numero di giovani che contraggono l’Hiv è in crescita, anche a causa dell’assenza di campagne informative adeguate. E per effettuare i controlli sanitari, bisogna avere il consenso dei genitori, per questo molti rinunciano.

«Siamo una generazione poco preparata, ci sono molti adolescenti che non sanno bene neanche come si usa un profilattico», mentre lo dice sembra arrabbiata. E poi: «In molti pensano che l’Hiv non esista più, cioè sai che esiste, ma che è una cosa così…».
E prosegue: «Io non l’avrei mai fatto il test dell’Hiv se non mi fossi operata, e magari l’avrei scoperto dopo anni. Questo non posso saperlo». Dice di avere una vita tranquilla e normale, ma «con le amiche non parlo di queste cose. Nessuno sa la mia storia». La psicologa la sprona ad aprirsi, ma lei dondolando il capo, risponde: «È una cosa che ti porti dietro tutta la vita, ti rimane dentro. Ne posso parlare in famiglia. In famiglia e basta».
E se le chiedi come mai ha accettato di raccontare la sua storia, lei risponde con un impeto di coraggio: «Perché i ragazzi devono sapere a cosa vanno incontro, ai rischi che si corrono facendo sesso».
Ha l’indole della ribellione, di chi non accetta le cose imposte, soprattutto quelle non programmate. «Questa cosa del test vietato ai minori è assurda, un controsenso. Dovrebbero imporlo, perché alcuni di loro non usano la testa quando fanno certe cose».
Ci pensa un attimo e aggiunge: «Altrimenti lo devono comprare nei distributori che vendono i profilattici». Il ragionamento di domande e risposte continua: «Non so cosa avrei fatto se lo avessi scoperto da sola, magari andando anch’io a comprarlo in farmacia. Forse ti viene voglia di scappare».
Adesso però ha un compito, «quello di far capire che bisogna starci quando si ha un rapporto con qualcuno». E se deve consigliare qualcosa, l’unica raccomandazione che si sente di dare è: «Fare sempre sesso protetto, soprattutto con le persone che pensi di conoscere meglio». Niente di più, ma come dice lei: «Niente di più importante».

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